Per decenni la televisione generalista ha avuto un privilegio enorme: non era soltanto un mezzo di comunicazione. Era il centro della conversazione nazionale. La mattina dopo tutti parlavano della stessa cosa. Del gol della sera prima, del varietà del sabato, della fiction di Rai Uno, del comico che aveva fatto scandalo o del concorrente eliminato dal reality. La televisione non si limitava a raccontare il Paese: in qualche modo lo teneva insieme. Oggi non è più così. Attenzione: questo non significa che la TV sia morta. Anzi. Molti programmi continuano a ottenere ascolti assolutamente rispettabili. Alcuni talk show, le grandi fiction, i reality più consolidati e i programmi di Maria De Filippi raccolgono ancora milioni di spettatori.
LA TV È USCITA DALLE DISCUSSIONI QUOTIDIANE
Il problema è un altro: quasi nessuno ne parla più fuori dalla TV. Un tempo il successo di un programma si misurava anche nella sua capacità di entrare nelle conversazioni quotidiane. Oggi molti show finiscono, realizzano il loro onesto 18 o 20 per cento di share e spariscono nel nulla dopo pochi minuti. La ragione principale è semplice: il pubblico più giovane se n’è andato. Non completamente, ma abbastanza da cambiare per sempre gli equilibri. Le nuove generazioni non scoprono più personaggi, mode e linguaggi attraverso la televisione generalista. Li scoprono su TikTok, YouTube, Twitch, Instagram, Spotify, Netflix o qualunque piattaforma nascerà domani mattina. In altre parole, la TV ha perso il monopolio dell’attenzione. Ma c’è anche un’altra ragione, forse ancora più importante: la televisione italiana ha smesso di rischiare. Da almeno dieci anni i palinsesti sembrano costruiti secondo una filosofia molto prudente.
È ANCHE UN PROBLEMA CULTURALE
Se un format funziona, viene riproposto. Se continua a funzionare, viene riproposto ancora. Se dopo dieci anni funziona ancora, tanto meglio. Si va avanti. Dal punto di vista industriale è una scelta comprensibile. Dal punto di vista culturale è un problema. Perché la ripetizione rassicura il pubblico esistente, ma difficilmente ne conquista uno nuovo. E soprattutto rende quasi impossibile creare quell’effetto sorpresa che trasforma un programma in un fenomeno. Oggi accendendo la TV si ha spesso la sensazione di entrare in una gigantesca comfort zone nazionale. Gli stessi conduttori, gli stessi meccanismi narrativi, gli stessi talent, gli stessi reality, gli stessi talk, gli stessi ospiti che girano da uno studio all’altro come se esistesse un programma unico lungo sette giorni. Il risultato è che la televisione continua a produrre ascolti, ma sempre meno immaginario. Ed è una differenza enorme.
SERIE TV, PODCAST E PERSINO I VIDEOGIOCHI MUOVONO IL DIBATTITO
Per capire quanto sia cambiato il mondo basta osservare cosa succede quando emerge un vero fenomeno culturale. Pensiamo alle grandi serie internazionali, ai podcast di successo, ai creator più seguiti o perfino ai videogiochi. Generano discussioni, meme, linguaggi, citazioni, appartenenza. Occupano spazio mentale. La televisione generalista, salvo rare eccezioni, non lo fa più. Persino il Festival di Sanremo, che resta il più grande evento mediatico italiano, oggi deve gran parte della propria forza alla capacità di vivere sui social. Non è più la televisione che trascina Internet. È Internet che amplifica la televisione. Ed è forse questa la fotografia più precisa del momento che stiamo vivendo.
LA SFIDA FUTURA? TORNARE A FARSI COMMENTARE
La TV non è scomparsa. È diventata un’abitudine. E le abitudini possono garantire ottimi ascolti, ottime raccolte pubblicitarie e una discreta tranquillità aziendale. Quello che difficilmente riescono a garantire è l’entusiasmo. Per questo la vera sfida dei prossimi anni non sarà trovare l’ennesima variante di un format già visto. Sarà tornare a produrre qualcosa che la gente senta il bisogno di commentare il giorno dopo. Perché una televisione che non fa discutere, non divide, non sorprende e non crea nuovi linguaggi può anche continuare a esistere. Ma smette lentamente di essere centrale. E quando un mezzo perde la centralità culturale, recuperarla è molto più difficile che recuperare uno share.