Darth Vader erano in quattro persone diverse, l’Alieno uno studente nigeriano trovato in un pub, Godzilla un uomo chiuso in una tuta di cemento. Le facce più famose del cinema appartengono a chi è stato cancellato dal costume. E il nome più italiano di questa storia, dentro i mostri, non ci è mai entrato: li costruiva.
Ci sono volti che conosciamo meglio di quelli dei nostri vicini di casa e che non appartengono a nessuno. O meglio: appartengono a qualcuno che non abbiamo mai visto, perché il mestiere di quel qualcuno era proprio sparire dentro una maschera, una tuta, un guscio di gomma. Sono gli attori-corpo, gli uomini (quasi sempre altissimi) che hanno prestato le spalle, il passo e la fatica ai mostri e ai robot che amiamo, e che il cinema ha ringraziato lasciandoli fuori dai titoli o riducendoli a una riga in fondo. Ne abbiamo scelti sei, più un settimo caso che ribalta tutta la faccenda.
GLI ATTORI NASCOSTI DAI COSTUMI
Darth Vader, tanto per cominciare, non è mai stato una persona sola: erano in quattro. Il corpo, quel passo da signore del male, era del culturista inglese David Prowse: George Lucas lo voleva addirittura per Chewbacca, fu lui a scegliere il cattivo. La voce no: il suo accento del West Country non convinse, e in sala di doppiaggio Vader diventò il basso cavernoso di James Earl Jones, che nei primi film non comparve nemmeno nei titoli. Il volto scoperto, nell’unico istante in cui lo vediamo alla fine del Ritorno dello Jedi, è dell’attore Sebastian Shaw. E i duelli con la spada laser li combatteva il maestro d’armi Bob Anderson, su scarpe rialzate per arrivare all’altezza di Prowse: lo rivelò Mark Hamill nel 1983. Quattro uomini per un personaggio. Aggiornamento al presente, perché la cosa diventa quasi comica: Jones ha ceduto la propria voce a un’intelligenza artificiale prima di morire, nel settembre 2024, e oggi Vader parla grazie a un algoritmo. Nessuno se ne accorge, esattamente come nessuno si è mai accorto che non era mai stato uno solo.
Chewbacca era Peter Mayhew, due metri e ventuno per via di un problema all’ipofisi, scovato quasi per caso. Di mestiere faceva il portantino in un ospedale del Surrey, e tra un film e l’altro della trilogia continuò tranquillamente a farlo: il wookiee più amato della galassia che la mattina spingeva barelle in corsia.
L’Alieno di Ridley Scott, la creatura più spaventosa mai disegnata, era Bolaji Badejo: studente d’arte nigeriano, due metri e otto, trovato da un membro del cast in un pub di Soho per la sua magrezza e le gambe lunghissime. “Alien” (1979) resta l’unico film della sua vita: finite le riprese tornò in Nigeria, aprì una galleria d’arte e morì a trentanove anni, nel 1992. Un’icona del terrore mondiale, una sola apparizione, nessuna carriera.
DARTH VADER IN QUATTRO PERSONE
Il Predator era Kevin Peter Hall, due metri e diciotto: nello stesso 1987 in cui terrorizzava Schwarzenegger nella giungla interpretava anche Harry, il bonario Bigfoot di “Bigfoot e i suoi amici”. Il mostro più cattivo e l’omone più tenero dell’anno erano la stessa persona. Morì nel 1991, ad appena trentacinque anni.
Godzilla, per vent’anni, è stato Haruo Nakajima: dal film capostipite del 1954 fino al 1972, dodici pellicole dentro lo stesso lucertolone. La prima tuta era di cemento, perché nel Giappone del dopoguerra la gomma scarseggiava: pesava quasi un quintale e sotto i riflettori diventava un forno, tanto che a fine giornata Nakajima strizzava dalla maglietta mezzo secchio di sudore. Per trovare il passo del mostro aveva passato dieci giorni allo zoo a guardare come si muovevano gli animali. “All’epoca degli attori dentro i costumi non si parlava bene”, ricordò lui stesso.
LE TUTE DI GOMMA E CEMENTO
Il mostro della laguna nera, infine, era addirittura in due: sulla terraferma lo interpretava Ben Chapman, sott’acqua il nuotatore Ricou Browning, che delle scene subacquee era anche il regista. Due corpi per una sola creatura, e nessuno dei due nei titoli. Browning se n’è andato nel 2023, a novantatré anni.
E qui arriva il settimo nome, quello che ribalta tutto, ed è italiano. Perché c’è chi dentro i mostri non ci è mai entrato: li ha costruiti. Carlo Rambaldi, nato a Vigarano Mainarda in provincia di Ferrara, ha vinto tre premi Oscar per gli effetti speciali — King Kong (1976), Alien (1979) ed E.T. (1982) — ed è l’uomo che ha dato un corpo all’extraterrestre più amato della storia del cinema. La faccia di Rambaldi, come quella di Badejo o di Nakajima, non la riconoscerebbe nessuno per strada. È il paradosso più bello di questo mestiere: più la creatura diventa immortale, più sparisce chi l’ha fatta vivere. Le maschere restano, gli uomini sotto no.