DRUPI * UNA VOCE IMMORTALE A 50 ANNI DA “PICCOLA E FRAGILE”

Dal clamoroso flop di Sanremo con “Vado via” al successo internazionale, fino ai concerti nell’Est Europa: Drupi festeggia mezzo secolo dal brano che lo trasformò in una star. E oggi dice: «Se avessi trovato la formula della canzone pop immortale, sarei su uno yacht alle Bahamas»

Cinquant’anni dopo, Drupi continua a fare i conti con quella canzone che, paradossalmente, non considera nemmeno la migliore della sua carriera. “Piccola e fragile”, pubblicata nel 1974, è però quella che più di tutte è rimasta nella memoria collettiva. E a mezzo secolo di distanza è ancora il titolo intorno al quale ruota uno spettacolo teatrale, “50 da Piccola e fragile”, con cui il cantante pavese sta ripercorrendo una carriera cominciata nelle balere e arrivata fino ai grandi palcoscenici internazionali.

La storia di Drupi, al secolo Giampiero Anelli, è peraltro una delle più curiose della musica italiana. Prima di diventare una star, faceva l’idraulico e cantava nelle balere con Le Calamite. Poi arrivò il primo incontro con gli autori Luigi Albertelli ed Enrico Riccardi e, nel 1973, l’inatteso debutto a Sanremo con “Vado via”. Inatteso soprattutto per il risultato: ultimo classificato.

Ma quella classifica si rivelò uno dei più clamorosi falsi indizi della storia del Festival. “Vado via” esplose infatti all’estero, in particolare in Francia e nel Regno Unito. Secondo il racconto dello stesso Drupi, il brano arrivò a vendere milioni di copie e fu inciso in decine di versioni; nel Regno Unito entrò anche nelle classifiche, evento tutt’altro che abituale per una canzone italiana.

DA IDRAULICO A STAR INTERNAZIONALE

La consacrazione italiana arrivò subito dopo. Nel 1974 arrivarono “Rimani”, “Sereno è” e soprattutto “Piccola e fragile”, scritta da Albertelli e Riccardi. Il singolo raggiunse il primo posto della classifica italiana nell’estate di quell’anno, rimanendovi per diverse settimane.

Il successo non fu però soltanto italiano. Drupi costruì progressivamente un pubblico enorme anche all’estero, soprattutto in Europa centrale e orientale. La sua voce e il suo repertorio diventarono particolarmente popolari nei Paesi dell’Est, dove il cantante pavese avrebbe poi costruito una carriera parallela sorprendentemente lunga. Il suo sito ufficiale parla di 15 milioni di dischi venduti nel mondo, otto partecipazioni a Sanremo, venti album e 14 dischi d’oro.

E la lista dei successi non si fermò a “Piccola e fragile”. Arrivarono “Due”, con cui Drupi vinse il Festivalbar, “Sambariò”, “Soli”, terza classificata a Sanremo nel 1982, e più avanti “Regalami un sorriso” ed “Era bella davvero”.

QUELLA CANZONE ERA NATA GUARDANDO UNA CORISTA

C’è poi un dettaglio personale che rende ancora più particolare la storia di “Piccola e fragile”. La canzone era ispirata a Dorina Dato, all’epoca corista di Drupi e poi diventata sua moglie.

Drupi ha raccontato che Riccardi aveva notato la ragazza, minuta e apparentemente timida, definendola fragile. Lui, conoscendola già, non era affatto d’accordo. Da quell’osservazione nacque l’idea del brano. Il testo, secondo il suo racconto, fu elaborato in pochissimo tempo.

È uno di quei casi in cui una canzone nata quasi incidentalmente finisce per avere una vita enormemente più lunga di quella immaginata dai suoi stessi autori.

«NON È LA MIA CANZONE MIGLIORE»

Ed è qui che arriva la parte forse più interessante della storia.

Drupi, nell’intervista che hai fornito, non sembra particolarmente interessato a mitizzare il proprio passato. Ammette che “Piccola e fragile” non è, secondo lui, la canzone migliore che abbia interpretato. Ma riconosce che è quella che più di tutte è rimasta nel cuore del pubblico.

Ed è probabilmente proprio questo il criterio con cui, dopo cinquant’anni, bisogna giudicarla.

Perché la longevità di una canzone pop non si misura soltanto nelle classifiche dell’anno in cui è uscita. Si misura nella capacità di essere riconosciuta dopo decenni, di essere cantata da persone che magari non erano ancora nate quando arrivò nei negozi e di continuare a rappresentare un pezzo della memoria sentimentale di un’intera generazione.

IL PARADOSSO DI SANREMO

Drupi ha partecipato al Festival otto volte e, come ricorda lui stesso, in molte occasioni è finito nelle ultime posizioni. La grande eccezione fu proprio “Soli”, arrivata terza nel 1982.

La sua carriera è quindi anche una piccola lezione sulla distanza che può esistere tra classifica e successo reale.

Il ragazzo arrivato ultimo a Sanremo nel 1973 diventò una star internazionale. Quello che in Italia veniva spesso collocato ai margini del sistema televisivo riuscì a costruirsi un pubblico enorme all’estero. E quello che non ha mai amato particolarmente il presenzialismo televisivo è riuscito a restare in attività per più di mezzo secolo.

Nel frattempo ha suonato davanti a platee enormi: il suo sito ufficiale cita, tra gli altri, un concerto a Mosca davanti a oltre 100 mila persone e una performance a Toronto davanti a 15 mila spettatori.

«OGGI È PIÙ DIFFICILE PER UN GIOVANE»

Ed è forse qui che il racconto di Drupi diventa anche una riflessione sul presente.

Guardando ai ragazzi che oggi cercano di emergere nella musica, il cantante non vede necessariamente un mondo più facile grazie ai nuovi strumenti. Anzi. La sua esperienza lo porta a pensare che la velocità con cui oggi si può diventare visibili possa essere anche una trappola: si può diventare una star rapidamente, ma altrettanto rapidamente essere dimenticati.

È una considerazione che assume un peso particolare detta da uno che ha attraversato cinquant’anni di cambiamenti dell’industria discografica, sopravvivendo alla trasformazione del vinile, delle classifiche, della televisione, dei CD, del digitale e dello streaming.

E forse proprio qui sta il senso della celebrazione di “Piccola e fragile”.

Non tanto ricordare una canzone del 1974, quanto verificare cosa resta quando tutto il resto è passato.

Drupi continua a cantarla. E il pubblico continua a riconoscerla.

La formula per una canzone immortale, però, lui dice di non averla mai trovata. Altrimenti, scherza, oggi sarebbe probabilmente su uno yacht alle Bahamas.

E forse è proprio questo il punto: le canzoni immortali non si costruiscono a tavolino. Si scrivono, escono, incontrano il pubblico e poi, se hanno davvero qualcosa dentro, cominciano una vita che non appartiene più nemmeno a chi le ha cantate.

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