Le urliamo ai matrimoni, ai capodanni, negli stadi. Ma se per una volta ascoltassimo le parole, scopriremmo che molte di queste canzoni andrebbero semmai cantate a un funerale. Piccolo inventario dei più clamorosi fraintendimenti della musica che sappiamo tutti a memoria
Le sappiamo a memoria da decenni e non ne abbiamo mai ascoltato una parola. È il grande inganno della musica pop: la melodia arriva prima del testo e decide lei che umore darci, anche quando il testo dice l’esatto contrario. Così finiamo per festeggiare su canzoni tristi e per commuoverci su canzoni feroci. Eccone sette che cantiamo, da sempre, nel momento più sbagliato.
IL GRANDE INGANNO DELLA MELODIA
“Azzurro” la intoniamo come l’inno solare dell’estate italiana, magari allo stadio. In realtà, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini per Celentano nel 1968, è una fotografia della malinconia: un pomeriggio vuoto, la noia, la solitudine di chi è rimasto in città mentre tutti sono partiti. “Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va” non è esattamente un grido di gioia. È il più allegro dei lamenti.
“L’anno che verrà” di Lucio Dalla è diventata la colonna sonora obbligatoria del brindisi di Capodanno, tra stelle filanti e buoni propositi. Solo che “caro amico ti scrivo” è una lettera amara e ironica su un’Italia disillusa, piena di paure e di promesse mai mantenute. E si chiude con il più gelido dei disincanti: l’anno nuovo, appena arrivato, tra un anno se ne andrà esattamente come gli altri. Auguri.
AZZURRO E LA SOLITUDINE ESTIVA
“Vita spericolata” di Vasco Rossi è l’inno ufficiale di ogni sbronza e di ogni eccesso. Peccato che Vasco stesso l’abbia definita la sua canzone più fraintesa: non è un elogio dello sballo, ma il sogno di fuga di chi si sente “perso dentro i fatti suoi”, fantasticato al tavolino di un bar. Più nostalgia che festa. Dettaglio che fa sorridere: a Sanremo 1983 arrivò penultima, accolta dai fischi. Oggi la cantano in centomila a memoria.
“Con te partirò” è la regina dei matrimoni e, soprattutto, dei funerali, presa per un addio struggente a chi non c’è più. Ma Andrea Bocelli non canta affatto la morte: è l’invito a partire insieme verso “paesi che non ho mai veduto e vissuto con te”. A incastrarla per sempre tra i commiati ci ha pensato il titolo della versione internazionale, “Time to Say Goodbye”, che il senso l’ha ribaltato direttamente dalla copertina.
LA LETTERA AMARA DI DALLA
“Every Breath You Take” dei Police è il lento perfetto, la canzone della prima danza, la dedica romantica per eccellenza. Sting ha passato quarant’anni a ripetere che è una canzone sinistra, sul controllo ossessivo e la gelosia: un uomo che sorveglia ogni respiro, ogni mossa della persona amata. Tradotto, è la colonna sonora di uno stalker. Ballarci sopra al proprio matrimonio è un piccolo capolavoro involontario.
“Born in the U.S.A.” di Bruce Springsteen viene sventolata come inno patriottico a stelle e strisce, ritornello a pieni polmoni e bandiera in mano. È invece l’atto d’accusa di un reduce del Vietnam tradito e abbandonato dal suo Paese. Nel 1984 persino Ronald Reagan provò ad arruolarla in campagna elettorale: Springsteen lo bloccò. Il ritornello trionfale nasconde una delle strofe più disperate mai scritte.
CANZONI TRISTI CANTATE A FESTA
“Hallelujah” di Leonard Cohen è ormai trattata come un inno sacro: la si canta in chiesa, ai matrimoni, ai funerali, nei talent con l’aria compunta. Ma parla di adulterio, desiderio, fede spezzata e resa: altro che preghiera. Cohen ci mescolò dentro il sacro e il profano apposta, per confonderli fino a non distinguerli più. Missione, a giudicare da come la usiamo, perfettamente riuscita.
Morale: la prossima volta, prima di intonarle a squarciagola, varrebbe la pena leggere le parole. Oppure no: lasciamo che la melodia continui a mentirci con dolcezza. In fondo, mentirci bene è sempre stato il suo mestiere.