BOZZO («ZELIG»): ECCO CHI SONO I MIGLIORI (MILANI) E I PIÙ PRESUNTUOSI (BRIGNANO) COMICI ITALIANI

BOZZO («ZELIG»): ECCO CHI SONO I MIGLIORI (MILANI) E I PIÙ PRESUNTUOSI (BRIGNANO) COMICI ITALIANI

Dal cortile di viale Monza alla tv nazionale: l’intervista di Vanity Fair al fondatore che ha lanciato generazioni di comici

Nel maggio del 1986, in un cortile della periferia milanese, nasceva uno spettacolo destinato a cambiare il volto della comicità italiana. Giancarlo Bozzo, insieme a Gino e Michele, posava le fondamenta di quella che sarebbe diventata un’istituzione: lo Zelig. Quella prima sera, cinquemila persone si assieparono in uno spazio pensato per centovent’ospiti, provocando tamponamenti in tutto il quartiere e portando cittadini confusi a domandarsi se ci fosse un attacco aereo in corso. Un inizio all’insegna del caos organizzato che avrebbe caratterizzato il luogo per i decenni successivi.

Bozzo ripercorre gli anni di fame iniziale, quando non aveva uno stipendio e divideva casa con una coinquilina, mangiando al teatro. Fu un momento di crisi nel 1993 a catalizzare il cambiamento: difronte al rischio di abbandonare tutto per accettare un’offerta come animatore in un villaggio keniota, decise di stringere un patto con i soci. Costituirono la società Bananas, cui aderirono anche Aldo, Giovanni e Giacomo, Elio e altri, trasformando una realtà artigianale in una struttura più solida. Nel 1996, il salto televisivo con Italia 1: «Buon compleanno Zelig – 10 anni di risate» segnò l’inizio della storia televisiva che avrebbe garantito al fondatore uno stipendio vero.

Interrogato sulla presunta ideologia di sinistra del teatro, Bozzo respinge categoricamente l’idea di un’opposizione deliberata alla comicità dell’epoca. Secondo lui, non c’era alcuna battaglia culturale premeditata, ma semplicemente la volontà di cercare qualità e sostanza. Tuttavia, il pubblico pagante rimane sempre modico: diciotto euro al massimo per uno spettacolo, cifra insufficiente a coprire i costi, ragione per cui la televisione rimane il vero motore economico della struttura.

Nei quarant’anni di attività, Zelig ha ospitato centinaia di talenti. Bozzo parla con affetto di Antonio Rezza come massima eccellenza, mentre critica senza peli sulla lingua alcuni colleghi considerati presuntuosi o rompiscatole: Raul Cremona che prova infinite volte per poi improvvisare, Ale e Franz ossessionati dalla qualità tecnica, Enrico Brignano troppo preso da sé. Non manca il tributo a Maurizio Milani, definito un genio per la sua umiltà nel portare biscotti di Codogno come ringraziamento. Tra gli insicuri, persino Antonio Albanese ai tempi dello sbocco aveva incertezze, dettaglio che Bozzo apprezza perché segno di dedizione al pubblico.

La figura di Bozzo emerge come quella di un impresario colto e polemico, che non teme di esprimere giudizi sul panorama comico italiano. Sostiene che la sinistra abbia vantaggio naturale nella satira grazie alla capacità di autocritica, mentre la destra fatica. Giudica negativamente alcuni monologhisti della prima stand-up per arroganza, e rimane freddo davanti a certi comici di destra che per lui rappresentano un mondo che non dovrebbe più esistere. Sul politicamente corretto mantiene posizione ambigua: ritiene che pochi paletti stimolino la creatività, ma avverte il rischio di eccessi, come l’impossibilità di parlare di polacchi se non si è polacchi.

Nel 2023 la struttura rischia il collasso. Smemoranda, società che aveva acquisito il marchio, fallisce trascinando Zelig in un vortice legale. Bozzo, che avrebbe dovuto chiudere il 15 marzo di quell’anno, descrive il momento come la prospettiva di perdere un «terzo figlio». Mediaset aveva acquistato il marchio per una somma significativa mai vista nei conti, finita direttamente nel fallimento. Con determinazione quasi testarda, Bozzo e i soci affittano il ramo aziendale, poi lo acquisiscono, salvando l’esperienza dal nulla.

Oggi Zelig funziona come laboratorio dove aspiranti comici propongono i loro pezzi, ricevendo critiche costruttive e opportunità di palco. Non è industrializzazione della risata, sostiene Bozzo, bensì una filiera formativa. Mediaset detiene il marchio senza interferire nelle scelte artistiche, concedendo libertà quasi completa salvo rimozioni di battute su prodotti specifici. Su Piersilvio Berlusconi il giudizio è positivo: si definisce appassionato e solidale.

Bozzo conclude affermando di trovarsi in uno stato di gratitudine radicale. Possiede moglie, figli e una creatura professionale sopravvissuta a quattro decenni di tormenti, cadute economiche, gelosie tra artisti e crisi istituzionali. Non è ricco, non ha milioni, eppure sostiene di potere morire contento. La risata che lo ha accompagnato fin dall’infanzia, quando a Camogli una madre lo punì per aver riso della pronuncia strana di un commerciante, rimane intatta: ancora oggi ama la leggerezza della stupidaggine e non si stanca mai di ridere.

Bozzo rappresenta un archetipo affascinante: l’impresario post-sessantottino che ha trasformato la resistenza culturale in industria dello spettacolo senza tradire completamente l’originaria vocazione antiborghese. Ha costruito un monumento all’eccellenza comica italica fondato su due pilastri contradditori: biglietto pagato dal pubblico (nobile) e sostentamento televisivo (certo, compromesso). Quando sostiene che non ci sarebbe stata ideologia dietro Zelig, ma solo ricerca di qualità, compie un’operazione retorica sofisticata: negare l’ideologia è esso stesso un gesto ideologico. Il teatro di viale Monza era un luogo dove il cattivo gusto veniva bandito attraverso selezione darwiniana, dove la risata doveva essere intelligente, consenziente, pagata. Tutto ciò — che piaccia o no — è ideologia pura. Ciò che sorprende è la coerenza con cui Bozzo mantiene questa posizione anche oggi, a fronte di fallimenti, tradimenti societari e la necessità di cedere il marchio a Mediaset. Invece di recriminare o negare, continua a insegnare come si costruisce una battuta, come si cresce un talento, come si ama il proprio mestiere pur considerandolo figlio e non amante. È raro incontrare un artista che confessi la propria povertà economica senza cercare compenso nella vittimizzazione.

— Showblitz

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