«AMORI & INCANTESIMI 2» • HOLLYWOOD NON FA PIÙ SEQUEL: FA ESUMAZIONI

Esce “Amori & Incantesimi 2”, ventotto anni dopo il primo. Non è un seguito, è una seduta spiritica. E il biglietto lo paghiamo per rivedere la nostra giovinezza, non un film nuovo

Dal 10 settembre è nei cinema “Amori & Incantesimi 2”, con Sandra Bullock e Nicole Kidman di nuovo streghe. Fin qui, niente di strano. Lo strano è il conto: il primo film è del 1998. Ventotto anni fa. Un sequel che arriva quando lo spettatore dell’originale ha avuto tutto il tempo di crescere, sposarsi, divorziare e mettere al mondo figli già abbastanza grandi da non volerci andare. Non è più un seguito. È un’esumazione.

VENTOTTO ANNI DI ATTESA CALCOLATA

C’è stato un tempo in cui il sequel serviva a continuare una storia ancora viva e calda, a cavalcarne il successo finché durava. Oggi funziona all’opposto: l’attesa è diventata il prodotto. Si lascia invecchiare il franchise venti, trenta, quarant’anni, perché è proprio quel vuoto a fare marketing da solo. Non ti vendono un film nuovo: ti vendono il ricordo di quello vecchio, con la nostalgia calcolata a interesse composto.

Gli esempi sono una lista da necroforo. “Top Gun” 1986, “Maverick” 2022: trentasei anni. “Beetlejuice” 1988, il seguito 2024: altri trentasei. “Blade Runner” 1982, “2049” nel 2017: trentacinque. “Coming to America” 1988 e il suo sequel nel 2021: trentatré. Record assoluto “Mary Poppins”: dal 1964 al ritorno del 2018 passa più di mezzo secolo. Non sono continuazioni, sono anniversari travestiti da film.

E il pubblico a cui parlano non è quello nuovo: è quello vecchio. A chi ha vent’anni oggi, di Sandra Bullock strega nel 1998 non importa granché. Il biglietto lo stacca chi nel 1998 ne aveva venti e oggi ne ha quarantacinque, e paga dieci euro per vedersi restituire sullo schermo la propria giovinezza. È un business splendido e lievemente vampiresco: non ti vendono una storia, ti rivendono te stesso da giovane.

LA NOSTALGIA COME STRATEGIA DI MERCATO

L’Italia, va detto, questo giochino lo pratica poco. Ma solo perché ha scoperto qualcosa di più comodo ancora: non far morire mai niente. Mentre Hollywood riesuma, noi semplicemente non seppelliamo. Il Sandokan rifatto mezzo secolo dopo l’originale del 1976, le fiction che tirano avanti quindici stagioni, i personaggi resi immortali per decreto. Due strategie opposte, stesso risultato: il terrore di inventare qualcosa di nuovo.

Il punto non è il rispetto per i classici. È che un finale, quando è buono, è sacro. “Amori & Incantesimi” era finito. “Top Gun” era finito. Riaprire la bara vent’anni dopo, nove volte su dieci, serve solo a ricordarci perché quella storia, a suo tempo, l’avevamo chiusa bene. Il nuovo fa paura perché può fallire. Il vecchio no: ha già vinto una volta, e si può spremere all’infinito. Ma un cinema che ha smesso di rischiare il nuovo non sta celebrando i suoi classici. Se li sta mangiando.

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