Ogni dicembre le classifiche tornano indietro di decenni e nessun pezzo nuovo riesce davvero a entrare nel repertorio eterno. Non è dolce nostalgia: è la prova che abbiamo smesso di saper fabbricare canzoni destinate a durare.
Da oggi, primo novembre, in mezzo mondo le radio accendono la programmazione natalizia. È un rito puntuale come l’albero in salotto, e nasconde un paradosso che nessuno nota più. In qualsiasi altro periodo dell’anno la musica funziona come deve: il nuovo scalza il vecchio, l’estate pretende il suo tormentone fresco, le classifiche corrono in avanti. A Natale succede l’esatto contrario. Le classifiche vanno all’indietro. E non di qualche mese: di decenni.
LE CLASSIFICHE CHE TORNANO INDIETRO
La prova è arrivata a sorpresa nel dicembre 2023, quando in cima alla classifica americana è salita per la prima volta “Rockin’ Around the Christmas Tree” di Brenda Lee. La canzone era stata incisa nel 1958. Ci ha messo sessantacinque anni a diventare numero uno, e la sua interprete, settantottenne, l’aveva registrata da adolescente. Accanto a lei, le solite immortali: “Jingle Bell Rock” del 1957, “Last Christmas” degli Wham! del 1984, Nat King Cole, e soprattutto “All I Want for Christmas Is You” di Mariah Carey, che da trent’anni esatti domina ogni stagione e ha dovuto comunque attendere decenni prima di arrivare davvero in vetta. Il regno natalizio è l’unico posto dove essere vecchi non è un difetto ma un requisito.
Qualcuno dirà: ma non è sempre stato così? No. Fino a una certa epoca il canone natalizio si allargava. Ogni decennio consegnava alla tradizione un pezzo nuovo che la gente avrebbe cantato per sempre. Poi, intorno a metà anni Novanta, la porta si è chiusa. Da allora le uniche canzoni moderne che hanno messo radici nelle classifiche delle feste sono “Santa Tell Me” di Ariana Grande, del 2014, e “Underneath the Tree” di Kelly Clarkson, del 2013. Hanno già più di dieci anni a testa, e restano comunque comparse accanto ai mostri sacri. Tutti gli altri tentativi, da Sia a Gwen Stefani, sono evaporati entro gennaio.
E gli artisti che oggi dominano davvero il Natale, come Michael Bublé o i Pentatonix, cosa fanno? Non scrivono. Rifanno. Il loro mestiere è reincartare con un fiocco nuovo gli stessi standard di settant’anni fa. Il Natale è diventato l’unico genere musicale in cui la cosa più richiesta è la cover.
BRENDA LEE A SESSANTACINQUE ANNI
Le ragioni ci sono, e non sono misteriose. Serviva un grande momento condiviso perché una canzone entrasse nell’immaginario di tutti: la radio che la passava allo stesso istante in ogni casa, la televisione che la consacrava. Lo streaming ha fatto a pezzi quel momento: ognuno ascolta la sua playlist, e una playlist delle feste la riempi di sicurezza, cioè di classici, non di scommesse. In più c’è un fatto che gli psicologi della musica conoscono bene: una canzone ci piace tanto più la riascoltiamo. E a Natale non riascoltiamo nulla di nuovo, riascoltiamo solo ciò che già conoscevamo. Infine c’è il denaro: il repertorio natalizio vale oltre centosettanta milioni di dollari l’anno per le case discografiche, un bancomat che si riaccende puntuale a novembre. Nessuno ha interesse a rischiare un pezzo nuovo quando i vecchi stampano soldi da soli.
Qui però comincia la parte scomoda. Possiamo raccontarcela come tenerezza, come il bello di una festa che non cambia mai. Ma una cultura che per cantare il proprio Natale è costretta a tornare al 1957, al 1958, al 1984, è una cultura che ha smesso di aggiungere qualcosa al proprio libro delle canzoni. Abbiamo appaltato le nostre emozioni più recenti ad artisti morti o in pensione. La stagione che chiamiamo “senza tempo” è in realtà la più congelata che abbiamo: non è immune all’invecchiamento, è solo rimasta ferma. E un giorno, quando i figli di chi oggi ha vent’anni accenderanno la radio a novembre, sentiranno esattamente le stesse canzoni che sentivano i loro bisnonni. Non perché siano le più belle. Ma perché siamo stati capaci di scriverle una volta sola, e poi mai più.