Nel 1976 Scorsese girò il ritratto agghiacciante di un uomo che sprofonda nella violenza. Mezzo secolo dopo Travis Bickle è una maglietta, un taglio di capelli, una posa fica. Continuiamo a scambiare gli allarmi per modelli da imitare
Quest’anno “Taxi Driver” compie cinquant’anni. Uscì nel 1976, vinse la Palma d’Oro a Cannes, e da allora gli abbiamo fatto l’unica cosa che Martin Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader temevano davvero: lo abbiamo reso fico.
LA PALMA D'ORO DIVENTATA FETICCIO
Conviene ricordare di che film stiamo parlando, prima di trasformarlo in feticcio. Travis Bickle (un Robert De Niro al top della bravura) è un reduce insonne che guida un taxi nella New York più fognaria e notturna che il cinema abbia mai filmato. Non è un ribelle affascinante: è un uomo solo che scivola dal disgusto per il mondo alla fantasia di ripulirlo con la pistola. Prima progetta di ammazzare un candidato alla presidenza, poi ripiega e “salva” una prostituta dodicenne, la Iris di una giovanissima Jodie Foster, con un bagno di sangue. È un film horror sulla radicalizzazione e sulla solitudine, con l’ultima, spettrale colonna sonora di Bernard Herrmann, morto prima ancora che il film uscisse.
E poi c’è il finale, quello che quasi nessuno cita quando indossa la maglietta. Dopo il massacro, i giornali celebrano Travis come un eroe, i genitori di Iris gli scrivono per ringraziarlo, la stessa città che lo ha prodotto adesso lo decora. Il punto di Scorsese è tagliente come un rasoio: tra l’assassino e il giustiziere c’è lo spessore di un capello, e la società applaude quello dei due che le fa comodo in quel momento. Il film non esalta Travis. Ti avverte che saremo noi a farlo.
E infatti lo abbiamo fatto. “Ce l’hai con me?” – una frase che un uomo dice al proprio riflesso mentre si allena a uccidere, puntandosi addosso una pistola – è diventata una maglietta, una suoneria, un meme, una battuta che i duri citano per gioco. La cresta che Travis si taglia per andare a fare una strage è diventata un costume. Il personaggio è migrato, negli anni, dalla categoria “monito” alla categoria “icona di stile”. Lo guardiamo e pensiamo “che figata”, non “che tragedia”.
IL RITRATTO DI UN UOMO SOLO
Questo fraintendimento, una volta, è costato caro sul serio. Nel 1981 John Hinckley Jr., ossessionato dal film e da Jodie Foster, sparò al presidente Ronald Reagan per impressionarla: la fantasia di Travis messa in scena nella realtà, con un vero presidente nel mirino. L’allarme che il film lanciava si era avverato alla lettera. E nemmeno quello è bastato a guarirci dal romanticismo.
Perché oggi l’uomo solo, arrabbiato, incompreso, che si sente in credito col mondo e decide di farsi giustizia da sé è diventato un’intera estetica online. Un esercito di ragazzi che si sentono defraudati dalla vita ritrova in Travis Bickle un santo, non una diagnosi. Ogni generazione riscopre “Taxi Driver” e ogni volta una metà ne trae la lezione sbagliata: non “guarda come si rompe un essere umano”, ma “guarda quanto è affascinante un essere umano che si rompe”.
TRAVIS BICKLE EROE PER SBAGLIO
Va detto, per onestà, che questa ambiguità è anche la sua grandezza. Scorsese si rifiuta di dirti cosa pensare, non mette un cartello con la morale, ti lascia solo davanti a Travis e ai tuoi istinti. Un film che si può fraintendere in modo così colossale è più vivo di uno che ti spiega tutto: il malinteso è la prova della sua potenza, non un suo difetto. Chi lo ama davvero lo sa.
Ma a cinquant’anni una cosa va detta chiara, senza sconti. Travis Bickle non è un eroe, non è un modello, non è una posa da mettere in bacheca. È un uomo che sta annegando. Il capolavoro di Scorsese non era un poster da appendere in cameretta: era uno specchio. E lo specchio, in quel film, restituisce a Travis l’unica domanda giusta – “ce l’hai con me?” – che dovremmo rivolgere a noi stessi ogni volta che ci scopriamo innamorati del mostro.