CANZONI • QUELLE CHE NEL MONDO CANTANO TUTTI (DA ANNI) SENZA SAPERE CHE SONO ITALIANE

Trent’anni fa “Time to Say Goodbye” diventava il singolo più venduto della storia tedesca, e quasi nessuno, all’estero, sapeva che era una canzone di Sanremo. Non è l’eccezione: è il metodo con cui l’Italia contrabbanda melodie in tutto il mondo da mezzo secolo

Nel novembre del 1996 una cantante inglese e un tenore toscano incidevano un duetto che avrebbe rotto ogni record di vendite mai visto in Germania: oltre due milioni e settecentomila copie, il singolo più venduto nella storia della musica tedesca. Si chiamava “Time to Say Goodbye”. Milioni di persone lo hanno pianto ai funerali, ballato ai matrimoni, ascoltato prima di un incontro di boxe o di una notte di Champions, convinte che fosse un pezzo di lirica, di classical crossover, di roba british ed elegante. Quasi nessuno, fuori dai nostri confini, sapeva che era “Con te partirò”, nata all’Ariston un anno prima.

Ed è qui il punto: non è un caso isolato, è una regola. Da settant’anni l’Italia esporta i suoi più grandi successi travestendoli da altro. A volte cambia lingua, a volte diventa uno strumentale, a volte semplicemente il mondo la scambia per americana e la canta felice senza farsi domande. Ci sfottono per il melodramma e per il “That’s amore”, ma quando l’orecchio del pianeta ha voluto una melodia da imparare a memoria, quasi sempre l’ha rubata a noi. Ecco sette canzoni italianissime che tutti conoscono e quasi nessuno sa di conoscere.

 

Nel blu dipinto di blu (Domenico Modugno, 1958). La madre di tutte. Vince Sanremo nel 1958, poi fa una cosa che nessuna canzone in lingua straniera aveva mai fatto e non ha più rifatto: resta cinque settimane non consecutive al numero uno della classifica americana e alla prima edizione dei Grammy, nel 1959, vince sia il premio come Disco dell’anno sia quello come Canzone dell’anno. È tuttora l’unico brano non in inglese ad aver conquistato entrambi. Gli americani cantavano “Volare, oh oh” senza capire una parola. La sanno ancora.

Quando quando quando (Tony Renis, 1962). Uscita in pieno boom, è diventata negli anni uno standard da lounge bar e da crooner in smoking: l’hanno incisa da Engelbert Humperdinck fino a Michael Bublé con Nelly Furtado. Oggi, all’estero, suona come un classico da cocktail di Las Vegas. Pochissimi immaginano che sia partita da un palco di Sanremo con un ragazzo di Milano.

More – Ti guarderò nel cuore (Riz Ortolani e Nino Oliviero, 1962). Ecco la beffa più elegante. È il tema di “Mondo Cane”, documentario scioccante e spesso raccapricciante sui costumi del pianeta. Da quelle immagini truci nasce una delle melodie d’amore più incise del secolo: nomination all’Oscar come miglior canzone nel 1964, poi uno standard ripreso centinaia di volte, da Frank Sinatra in giù, con lo strumentale di Kai Winding che scala perfino le classifiche americane. Milioni di coppie ci hanno ballato guancia a guancia senza sapere che era nata sui titoli di un film-shock italiano.

Parole parole (Mina e Alberto Lupo, 1972). Il format è geniale: lei disillusa che canta, lui che le sussurra complimenti vuoti sopra la melodia. Un anno dopo lo rifanno in Francia Dalida e Alain Delon, e “Paroles, paroles” diventa un fenomeno da Parigi al Giappone. Da allora i francesi la considerano un pezzo loro, e mezzo mondo la cita come chic parigino. È italiana, dalla prima parola sussurrata all’ultima.

Gloria (Umberto Tozzi, 1979). Nel 1982 l’americana Laura Branigan ne incide la versione inglese e arriva fino al numero due della classifica di Billboard, con tanto di candidatura ai Grammy. Da allora è un inno da stadio e da palazzetto negli Stati Uniti: la sparano negli arena quando la squadra di casa segna, e migliaia di americani urlano “Gloria” giurando che sia purissimo pop a stelle e strisce. È di un signore di Torino.

Self Control (Raf, 1984). Stessa storia, stesso anno, stessa complice. Scritta da Raf con Giancarlo Bigazzi e Steve Piccolo, esce nel 1984 e quello stesso anno Laura Branigan ne fa una versione che vola al primo posto in Germania, Austria e Canada e al quarto in America. Curiosità nella curiosità: Branigan si è costruita mezza carriera americana sulle nostre canzoni, tra Gloria, Self Control e perfino una cover di “Ti amo” di Tozzi. L’Italia le scriveva i successi e lei ci metteva la voce e la faccia.

Con te partirò – Time to Say Goodbye (Andrea Bocelli, 1995). E si torna da dove siamo partiti. La firmano Francesco Sartori e Lucio Quarantotto, Bocelli la porta a Sanremo nel 1995, il duetto con Sarah Brightman dell’anno dopo la trasforma nel colosso planetario che sappiamo. Trent’anni dopo è ovunque, e ovunque la si archivia come “lirica”, “opera”, “quella cosa emozionante inglese”. È nostra, è di Sanremo, ed è la prova finale. La versione italiana è stata anche per anni colonna sonora del magico tramonto al Piratabus di Formentera, al km 11 di Mitjorn, ormai crudelmente chiuso.

Perché la morale è tutta qui. Ci prendono in giro per le mani che gesticolano e per il tenore che piange, ma nell’era dello streaming senza confini e dell’intelligenza artificiale che impasta le lingue, val la pena ricordarsi una cosa: le prime canzoni senza frontiere le abbiamo scritte noi, mezzo secolo prima che la parola “globale” diventasse di moda. Le abbiamo mandate in giro per il mondo con la faccia di un’altra. E il mondo, ancora oggi, le canta a memoria senza sapere di parlare italiano.

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