TEATRO • DAL VIOLA AL «MACHBETH», TUTTE LE SCARAMANZIE DEGLI ATTORI

di Pierluigi Rapaccioli

Mentre in tutta Italia si alzano i sipari della nuova stagione, dietro le quinte sopravvivono riti che sembrano follie. Non lo sono: ognuno è il fossile di un’epoca in cui salire su un palco poteva davvero ammazzarti.

Il teatro è il posto di lavoro più scaramantico del mondo. Attori che riderebbero in faccia a un oroscopo non pronunciano certe parole, non indossano certi colori, non fischiettano nei corridoi. Noi lo prendiamo per vezzo, folklore di gente fragile e nervosa. Ma se ci si guarda dentro, quasi ogni tabù è la memoria pietrificata di un pericolo reale o di una catastrofe economica. Il teatro non crede ai fantasmi per ingenuità: ricorda i suoi morti e le sue bancarotte, e li ha trasformati in regole.

RITI ANTICHI DIETRO LE QUINTE

La prima regola è che certe cose non si nominano. In teatro non si dice “Macbeth”: si dice “la tragedia scozzese”, o si gira intorno al titolo. La leggenda vuole che Shakespeare ci abbia infilato incantesimi veri di streghe, e che da allora l’opera sia maledetta, con una scia di sciagure a dimostrarlo: nel 1947 l’attore Harold Norman fu ferito a morte durante il duello in scena e morì poche settimane dopo. La spiegazione vera è meno gotica e più crudele. “Macbeth” era il titolo che riempiva sempre la sala: corto, violento, sicuro. Per questo le compagnie sull’orlo del fallimento lo tiravano fuori come ultima carta disperata. Se un teatro metteva in cartellone il Macbeth, spesso significava che stava per chiudere. La maledizione non era l’opera: era la bancarotta che di solito la seguiva. E chi pronuncia la parola per sbaglio deve uscire, girare tre volte su se stesso, sputare, bussare e chiedere di rientrare: un esorcismo dei debiti travestito da magia.

La seconda regola è che la fortuna non si augura mai dritta. Nella lirica e nella danza non si dice “in bocca al lupo”: si dice “merda”, e a voce alta. Non è volgarità, è contabilità. Tra Settecento e Ottocento al teatro si arrivava in carrozza, e più carrozze c’erano, più sterco di cavallo si accumulava davanti all’ingresso. Un portone sommerso di letame era la prova di una sala esaurita. Augurare “merda” voleva dire augurare pubblico e cassa piena. Gli inglesi dicono “break a leg”, i tedeschi “toi toi toi” imitando lo sputo, noi “in bocca al lupo”, ma l’augurio più antico è anche il più sporco e il più sincero: che ci sia tanto letame, là fuori, da non riuscire a entrare.

LA MEMORIA PIETRIFICATA DEI PERICOLI

La terza regola riguarda i colori, e qui i morti si vedono bene. In Italia nessun attore va in scena vestito di viola, e dietro le quinte il viola è quasi bandito. Non è un capriccio: per secoli, durante la Quaresima, i preti indossavano il viola e i teatri avevano l’ordine di restare chiusi. Quaranta giorni senza spettacoli, senza paga, con le compagnie alla fame. Il viola è diventato il colore della disoccupazione forzata, della stagione sbarrata. Un attore teme il viola come un lavoratore teme il colore di una lettera di licenziamento.

E basta passare le Alpi perché il colore maledetto cambi. In Francia la iella è verde. Perché una sera di febbraio del 1673 Molière, che recitava il malato immaginario nella sua stessa commedia interpretando un ipocondriaco, fu colto da un attacco di tosse in scena, si ostinò a finire la recita e morì poche ore dopo. La leggenda dice che fosse vestito di verde. Il più grande uomo del teatro francese morì in costume, e un intero Paese decise che quel colore porta la morte. Ogni tradizione teatrale ha il suo colore proibito e, sotto, il suo cadavere.

PERCHÉ I TEATRI EVITANO CERTE PAROLE

La quarta regola è il silenzio: non si fischia. Fischiare in teatro, soprattutto dietro le quinte, è tabù, e la ragione è quasi industriale. Prima dei motori e dei comandi elettrici, le scenografie venivano calate e sollevate con funi e contrappesi, e gli uomini che le manovravano erano spesso marinai rimasti senza imbarco: gli unici che sapevano nodi e tiranti. Si davano ordini fischiando, come in mare aperto. Un attore che fischiettava distratto tra le quinte poteva essere scambiato per un segnale e far piombare un fondale o un sacco di zavorra sulla testa di qualcuno. Il tabù non è contro i fantasmi: è contro cento chili di contrappeso.

La quinta regola è una luce che non si spegne mai. Entrate in un teatro vuoto di notte e al centro esatto del palco troverete una lampadina nuda, accesa. La chiamano “la luce del fantasma”, e la versione romantica dice che si lascia per lo spettro del teatro, perché possa recitare al buio e non maledica lo spettacolo successivo. La ragione vera è più prosaica e più saggia: un palcoscenico completamente al buio ha una botola spalancata sulla fossa dell’orchestra, un salto di due metri che aspetta il primo che entra senza accendere. Quella lampadina ha salvato più colli di quanti fantasmi abbia intrattenuto. Durante la pandemia, con i teatri sbarrati in tutto il mondo, in tanti l’hanno lasciata accesa come promessa di riaprire: la lampadina che aspetta.

IL FALLIMENTO DIETRO LA MALEDIZIONE

E poi c’è la scaramanzia domestica, quella di tutti i giorni: il copione che cade. Lasciarlo scivolare a terra è presagio nero, e per annullarlo non basta raccoglierlo: bisogna prima sbatterlo tre volte sul pavimento, nel punto esatto in cui è caduto. Qui non c’è nessun marinaio morto né compagnia in rovina, c’è solo il gesto umano più antico che esista: dare alla paura un piccolo rito ripetibile, per poter tornare a lavorare. Che è, in fondo, lo scopo di tutte queste regole.

Non sono manie di gente permalosa. Sono la scatola nera di un mestiere che per secoli ha lavorato a lume di torcia, sopra botole, con pesi sospesi sulla testa, in balia di una Quaresima che poteva farti morire di fame. Il teatro non teme il soprannaturale: ricorda il naturale, che era molto più pericoloso. La prossima volta che vedete un attore impallidire alla parola “Macbeth”, non state guardando una superstizione. State guardando un mestiere che ha sepolto i suoi morti e si rifiuta di dimenticarli. Anche adesso che l’unico rischio vero, quasi tutte le sere, è la sala vuota.

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