C’è un dettaglio che nessuno dice del fenomeno “Il Diavolo veste Prada 2”, miglior apertura dell’anno nelle sale italiane e, da fine luglio, una delle cose più guardate su Disney+. Il dettaglio è questo: il primo film doveva essere una vendetta, e si è trasformato nel più bel regalo che il cinema abbia mai fatto proprio al mondo che voleva colpire.
IL ROMANZO COME ATTO D'ACCUSA
Torniamo al 2006. La storia nasce da un romanzo del 2003 di Lauren Weisberger, che prima di diventare scrittrice aveva fatto l’assistente di Anna Wintour, la direttrice del Vogue americano e la donna più temuta dell’industria della moda. Miranda Priestly, la caporedattrice di ghiaccio interpretata da Meryl Streep, è il ritratto appena travestito di quella sovrana. Il libro, e poi il film, erano un atto d’accusa dall’interno: la crudeltà, le umiliazioni, il culto del sacrificio di un mondo che mastica le sue stagiste e le sputa. Una denuncia firmata da chi c’era stato dentro.
E che film, sul piano del mestiere: a Meryl Streep valse una candidatura all’Oscar, i costumi di Patricia Field, un milione di dollari di Chanel addosso agli attori, ne presero un’altra. Ma il cuore vero è un monologo di due minuti, quello che tutti chiamano “il discorso sul ceruleo”. Andy, la neoassunta goffa, ride di due cinture blu che le sembrano identiche. Miranda la gela: non è semplice blu, è ceruleo, e quel colore lo hanno deciso pochi stilisti anni prima, poi è colato giù dalle passerelle fino ai grandi magazzini e al cesto degli sconti dove tu, che credi di esserti vestita “a caso”, hai pescato il tuo maglione. Morale della scena: tu non scegli niente. Un’élite decide, e tu obbedisci convinta di essere libera. Era l’accusa più dura che si potesse muovere a quel mondo.
IL MONOLOGO CHE CAMBIÒ TUTTO
Peccato che oggi quello stesso monologo venga citato come un vangelo. Lo spiegano nelle scuole di marketing, lo rilanciano i brand, e per i vent’anni del film J.Crew ha rifatto il maglione ceruleo facendolo indossare di nuovo a Meryl Streep. L’atto d’accusa è diventato una lezione di business. L’avvertimento è diventato un vanto. E a mettere il sigillo è arrivata lei, la vera Miranda: quando finalmente ha parlato del film, Anna Wintour ha definito il personaggio “una caricatura”, si è detta “molto divertita” e ha concluso che era “un colpo andato a segno”. Il bersaglio ha dato una pacca sulla spalla alla satira. Poi, nel giugno 2025, dopo trentasette anni, Wintour ha lasciato la direzione di Vogue America proprio mentre il sequel entrava in produzione: la Miranda in carne e ossa esce di scena nell’istante esatto in cui quella di finzione ritorna.
Il meccanismo profondo è tutto qui. Il film, invece di disgustarci, ci ha fatto desiderare quel mondo. Una generazione ha guardato Andy soffrire e non ha pensato “non ci metterò mai piede”: ha pensato “lo voglio anch’io”. Il montaggio della trasformazione, da brutto anatroccolo a creatura lucida e perfetta, è la pubblicità più seducente che la moda abbia mai avuto. E non l’ha nemmeno pagata.
MERYL STREEP E IL CERULEO
Sia chiaro: non è una novità, ed è giusto dirlo. È il destino classico della satira troppo elegante. Il “l’avidità è giusta” di Gordon Gekko doveva condannare Wall Street e ne è diventato il motto; i ragazzi della finanza idolatrano “The Wolf of Wall Street”; Patrick Bateman è un eroe da meme. Quando fai sembrare il male così affascinante, la gente vuole esserlo. E attenzione: la critica del primo film è reale e regge ancora, l’ambiente tossico e il prezzo da pagare ci sono tutti, farsi amare dal proprio bersaglio non ti dà torto. Ma una satira funziona se, quando cala il sipario, hai capito qualcosa sul potere. “Il Diavolo veste Prada” è finito e tutti hanno capito soltanto che volevano quel lavoro.
Ecco perché il sequel non poteva che essere una celebrazione. Non si morde la mano che ti ha adottato. Lo firma la stessa squadra del 2006, regista e sceneggiatrice compresi, con lo stesso cast di ritorno: un oggetto perfetto, affettuoso, levigato, pensato per farci applaudire ancora. Vent’anni fa Miranda Priestly ci spiegava che il maglione che crediamo di aver scelto ce l’ha scelto qualcun altro, in una stanza in cui non entreremo mai. La beffa è che ormai le abbiamo lasciato scegliere perfino il film con cui pensavamo di prenderla in giro. Il diavolo non veste più soltanto Prada: si scrive da solo le recensioni. E noi applaudiamo.