Nell’epoca dell’attenzione corta, il trailer è l’unico pezzo di cinema che si è adattato alla perfezione: breve, fragoroso, completo. Montato spesso meglio del film che pubblicizza, con musica presa in prestito da altri film. Abbiamo imparato a preferire i due minuti della promessa alle due ore della consegna
Pensateci: l’unica forma di cinema che si è adattata davvero all’epoca del telefono e dell’attenzione lunga sei secondi non è il film. È il trailer. Dura quanto deve durare, non ha tempi morti, ti dà un inizio, uno sviluppo e un climax in centoventi secondi, e alla fine applaudi. È il cortometraggio più visto del mondo, e quasi nessuno lo considera un’opera.
DAL FONDO SALA AL TRONO
Nasce come servitore. La parola stessa lo dice: “trailer” perché in origine veniva proiettato dopo il film, in coda (“to trail”, strascicare). Un annuncio buttato lì quando la gente già si alzava per uscire. Oggi è diventato il padrone: lo guardiamo per primo, lo guardiamo anche da soli, ci sono persino i premi (i Golden Trailer Awards esistono dal 1999, un trailer può vincere un riconoscimento come opera a sé), e c’è ormai quella meraviglia dell’assurdo che è il teaser del trailer, cioè un trailer che annuncia quando uscirà il trailer. L’antipasto dell’antipasto.
E qui sta il punto scomodo: il trailer è spesso fatto meglio del film. Lo montano aziende specializzate, artigiani bravissimi e quasi sempre anonimi, gente che del mestiere sa una cosa che al regista spesso sfugge: come si tiene incollato qualcuno per due minuti. Prendono le inquadrature migliori, le mettono in fila senza l’obbligo di avere un senso, e le gonfiano con la musica. Una musica che, nove volte su dieci, non è nemmeno del film. “Lux Aeterna”, il tema di “Requiem for a Dream”, è stato riarrangiato e ribattezzato “Requiem for a Tower” per il trailer de “Il Signore degli Anelli – Le due torri”; il brano di “28 giorni dopo” è stato incollato per anni sotto a mezzo cinema a venire. L’emozione che proviamo davanti al trailer, spessissimo, è presa in prestito da un’altra storia.
L'ARTE DEGLI ARTIGIANI ANONIMI
Non solo: il trailer promette un film che a volte non esiste. Contiene scene e battute che poi, nella versione definitiva, sono state tagliate. Nel 2002 il primo teaser di “Spider-Man” mostrava una banda di rapinatori catturata in una ragnatela tesa tra le Torri Gemelle: fu ritirato dopo l’11 settembre, resta uno spettro di un film che non abbiamo mai visto. Il trailer è un cinema parallelo, con regole sue.
E poi c’è il peccato capitale, quello che tutti conoscono: il trailer che ti racconta già tutto. “Cast Away” ti faceva vedere Tom Hanks tornato alla civiltà, cioè ti svelava che dall’isola si salva, buttando all’aria due ore di suspense. “What Lies Beneath” e decine d’altri hanno consegnato il colpo di scena nel trailer. Eppure il biglietto lo compriamo lo stesso. Lo compriamo per vedere, nelle due ore, quello che ci siamo persi tra un’inquadratura e l’altra dei due minuti che già sapevamo a memoria.
IL TEASER DEL TEASER ESISTE
Attenzione, per onestà: un grande trailer è un mestiere vero e nobile, e quei premi se li merita. Far credere a tutti di voler vedere quel film è esattamente il suo compito, e un brutto film non è colpa di chi ne ha tratto un buon trailer. A volte, anzi, il trailer coglie l’anima di un’opera meglio di qualunque recensione. Ma il baricentro si è spostato, e lo sappiamo: ci siamo allenati a godere della promessa più che della cosa promessa. Esiste persino una regola di categoria che da anni cerca di tenere i trailer sotto i due minuti e mezzo, limati al millimetro sulla soglia della nostra pazienza. Nessuno ha mai dovuto scrivere una regola per impedire a un film di durare troppo poco.
Una volta il trailer era la promessa del film. Adesso è il prodotto, e il film è la versione lunga che non avevamo chiesto. Il giorno in cui compreremo il biglietto solo per confermare che il trailer era migliore, non ci sarà più niente da rovinare con uno spoiler: ce lo saremo già rovinati da soli, due minuti alla volta.