MONSTER, LIZZIE BORDEN • DISCUSSA, DISCUTIBILE, TROPPO PULP (EPPURE CI PIACE)

di Viviana Viviani

La quarta stagione della serie tv sui killer seriali è finita sotto l’occhio attento della critica, che l’ha spesso stroncata (non senza qualche ragione), ma è ben recitata e ha un’estetica che rapisce, anche quando punta sull’umorismo nero

Monster: La storia di Lizzie Borden, quarta stagione dell’antologia di Ryan Murphy e Ian Brennan, disponibile su Netflix dal 17 settembre, segna il passaggio definitivo della serie dal mondo realistico a quello simbolico, e non é detto che sia un male.

LA CRITICA HA DEMOLITO TUTTO

La critica, soprattutto quella americana, l’ha fatta a pezzi. Con l’accetta, verrebbe da dire. Le accuse sono note e in gran parte fondate. TheWrap la definisce senza giri di parole un pasticcio. The A.V. Club arriva a chiedere a Netflix di chiudere il franchise. Per The Daily Beast la serie deraglia in modo spettacolare. Autostraddle salva solo la storia d’amore tra Lizzie e la domestica Bridget.

Difficile dare loro torto. La serie è ridondante, incoerente e piena di falsi storici. La vera Lizzie Borden fu processata e assolta, e nessuno sa cosa sia successo in quella casa di Fall River nel 1892. Forse era innocente, forse era soltanto un’avida psicopatica. Qui invece è l’assassina, senza dubbi, eppure stiamo dalla sua parte.

FALSI STORICI E INCOERENZE NARRATIVE

La relazione lesbica con Bridget (Vicky Krieps) non é mai stata dimostrata, ma risulta molto efficace. Bridget porta Lizzie fuori dal suo mondo ristretto, le dona piacere e conoscenza, scatenando al tempo stesso la sua ferocia. Nel finale Lizzie viene persino avvicinata alla lotta per il voto alle donne, un legame che le fonti storiche non documentano. E poi ci sono gli innesti. Aileen Wuornos (Sarah Paulson), la serial killer giustiziata in Florida nel 2002, diventa una devota di Lizzie. Elizabeth Báthory, la contessa sanguinaria ungherese del Cinquecento, una sua ispiratrice. Tre donne, tre secoli, un solo filo: la rabbia femminile. È un filo tirato a forza, che a tratti sembra giustificare il sangue. Tutto vero.

Poi però c’è lo spettatore che delle recensioni se ne infischia. Guarda, si inquieta, si diverte. Io appartengo a questa specie. Da questa parte dello schermo la serie funziona in un modo strano. La tesi di fondo è moralmente discutibile: un femminismo che passa per l’omicidio, per la ferocia, per l’accetta come strumento di emancipazione. Ma Murphy e Brennan la spingono così all’estremo che a un certo punto si rovescia. La violenza è tarantiniana, a volte cartoonistica. Troppo sangue, troppo vomito, troppe interiora, troppo tutto. Ma già la colonna sonora estemporanea ci ricorda di continuo che non siamo nella realtà, bensì in un mondo parallelo.

LIZZIE BORDEN COLPEVOLE MA AMATA

Il tentato avvelenamento dei genitori è montato su un brano punk delle Lambrini Girls. Wuornos, nella casa dei Borden, immagina il cadavere del padre di Lizzie sul divano, poi balla con Lizzie e Bridget su Smalltown Boy dei Bronski Beat. È grottesco, e la serie non può non saperlo. Spesso fa ridere, troppo spesso perché sia umorismo involontario. Ecco il punto. Monster a volte sembra credere davvero a quello che dice, altre volte sembra prendersene gioco. La tesi diventa antitesi, una verità che fa il giro ed esce dall’altra parte. Poi fa il giro di nuovo e rientra. Più volte.

Basta guardare al padre di Lizzie, misogino perennemente disturbato dal cicaleggio femminile, ma anche realmente circondato da pazze furiose, come del resto è lui. O al fatto che Lizzie viene effettivamente assolta poiché si ritiene impossibile che una donna possa commettere un delitto così efferato. E invece. Il finale è prova ulteriore del meccanismo. Dalla festa per il voto alle donne si passa a Carnival di Natalie Merchant, la canzone che Wuornos aveva chiesto per il suo funerale. Poi, in una specie di aldilà, Lizzie e Bridget la accolgono e le dicono che la accompagneranno in un posto bello. Il paradiso delle assassine, viene da pensare. Commozione o provocazione? La serie non lo dice, e forse non lo sa nemmeno lei.

L'AMORE PROIBITO CON BRIDGET

Questa incertezza, però, è necessaria. Tiene alta la tensione, lascia spazio all’ironia e rende digeribile una tesi che, presa sul serio fino in fondo, non reggerebbe.

Sotto l’eccesso resta qualcosa che una stroncatura non liquida: la casa come prigione, il denaro in mano agli uomini, il matrimonio come unico destino. Le donne hanno subito tanto, e questa serie, a modo suo, lo urla. In modo disunito e imperfetto. Correndo con l’accetta in mano.

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