di Pierluigi Rapaccioli
Agli Oscar 2026 la paura ha sbancato e il 2026 è l’anno più ambizioso di sempre per il genere. Ma la vera notizia non è che l’horror sia diventato rispettabile: è che è rimasto l’unico film capace di riempire le sale, e l’unico che non puoi davvero guardare da solo sul divano
Agli Oscar 2026 è successa una cosa che vent’anni fa sarebbe stata inconcepibile. Sinners – I peccatori di Ryan Coogler è entrato in gara con sedici candidature, più di qualsiasi film nella storia dell’Academy, superando i quattordici di Titanic e La La Land. Frankenstein di Guillermo del Toro si è portato a casa tre statuette. La paura, il gotico, il sangue: il genere che per mezzo secolo era stato l’imbarazzo di Hollywood si è presentato alla notte più elegante dell’anno in smoking, ed è stata la sua serata migliore di sempre.
L'HORROR CONQUISTA LA NOTTE DEGLI OSCAR
E la lettura che vanno facendo tutti è la più rassicurante: finalmente l’horror è diventato cinema d’autore, la critica lo ha sdoganato, il genere è cresciuto. È una lettura comoda e, secondo me, sbagliata a metà.
Sbagliata perché l’horror è sempre stato arte. Rosemary’s Baby, L’esorcista, Shining, Non aprite quella porta raccontavano le paure del loro decennio meglio di mille film “seri”, e l’Academy li ha snobbati per cinquant’anni. Non è la qualità dell’horror a essere cambiata. È cambiata l’economia di tutto il resto.
In un’industria che dà il via libera solo a sequel da duecento milioni e universi cinematografici collegati, l’horror è rimasto l’ultimo genere in cui un film che costa poco, senza star, può rendere cinque o dieci volte il budget. Sinners è costato circa novanta milioni e ne ha incassati quasi trecentosettanta nel mondo: il più grande successo per un film originale — non un sequel, non un fumetto, non un franchise — da anni. Weapons, l’ultimo capitolo di The Conjuring, i nuovi Final Destination: budget piccoli, incassi enormi, nessun obbligo di continuare una serie e, dettaglio decisivo, storie a prova di spoiler, perché al cinema dell’orrore ci vai per l’esperienza, non per la trama che qualcuno ti rovina online. L’horror è l’ultimo posto dove un regista può fare qualcosa di nuovo, strano, persino politico, e venire pagato. Gli autori non ci finiscono nonostante il genere: ci vanno perché è l’unica porta rimasta aperta.
SINNERS BATTE TITANIC E LA LA LAND
Ma c’è una ragione ancora più profonda, ed è la più bella. La paura è collettiva. Il sobbalzo, il fiato trattenuto, l’urlo che attraversa le file di poltrone: funzionano davvero solo in una sala buia piena di sconosciuti. La commedia, a pensarci, fa più ridere sul divano di casa; il grande dramma è emigrato da anni nelle serie e nelle miniserie da guardare sotto una coperta. L’horror è l’unico genere che sul vostro divano, con la luce accesa e il telefono in mano, funziona peggio. Non ha salvato la sala per caso: è l’unica cosa che il grande schermo sa ancora fare meglio del soggiorno. Nell’epoca dello streaming, l’ultimo vantaggio del cinema è la paura condivisa.
Ed ecco allora la verità sugli Oscar: l’Academy non ha abbracciato l’horror perché ha scoperto il buon gusto. Lo ha abbracciato perché l’horror è ciò che riempie le sale, e a un premio serve un botteghino a cui restare aggrappato per contare ancora qualcosa. Il riconoscimento arriva quando diventi indispensabile, non quando diventi bravo. E c’è la spia che lo conferma: perfino nella notte dei sedici record, i premi che pesano davvero — miglior film, miglior regia — sono rimasti fuori dalla portata del genere. Sinners si è portato a casa quattro statuette, tutte tecniche o di scrittura. L’amore c’è, ma è a braccia tese: ti stringo, però a distanza di sicurezza.
L'ACCADEMY IGNORA L'HORROR PER DECENNI
Detto tutto questo, sarei disonesto a fermarmi qui. Sinners e il Frankenstein di del Toro sono film veri, e Coogler e del Toro sono autori veri, non casi di beneficenza: il merito esiste, non è solo aritmetica. L’horror è da sempre il luogo dove una società digerisce ciò che la spaventa — la razza, la classe, la pandemia, la tecnologia — e il meglio del genere quei premi se li merita davvero. È vero anche il contrario: per ogni Sinners ci sono dieci spin-off intercambiabili che stampano soldi con lo stesso spavento, e dire “horror uguale arte” è troppo generoso. E la storia della paura collettiva si può romanticizzare: c’è tanta gente che l’horror se lo guarda benissimo da sola, alle due di notte, davanti a un portatile. Infine, nessuno obbliga l’industria: se una cosa è insieme economica, redditizia, originale e da grande schermo, puntarci non è uno scandalo, è buonsenso.
Resta il quadro. Ci hanno ripetuto per anni che il cinema sarebbe morto di streaming, di supereroi, di intelligenza artificiale. Si è salvato con la cosa più antica e più a buon mercato che sa fare: spegnere le luci e farci paura tutti insieme. Non è l’horror che è salito al livello del cinema. È il cinema che, per restare vivo, è dovuto tornare a farci gridare nel buio — l’unico posto dove il divano non può seguirci.