NOVE FILM COL TITOLO STRAVOLTO RISPETTO ALL’ORIGINALE

Da “L’attimo fuggente” a “Se mi lasci ti cancello”, per mezzo secolo i distributori italiani non hanno tradotto i titoli stranieri: li hanno riscritti. A volte spoilerando il finale, a volte trasformando un dramma in una commedia, una volta — una sola — azzeccando una frase migliore dell’originale. Piccola storia di un’autorialità clandestina

Mentre le sale si riempiono di nuovo, quasi tutte di cartelloni americani, vale la pena ricordare una cosa che diamo per scontata: quasi nessuno di quei film, da noi, si chiama come lo aveva chiamato il regista. E non per un errore di traduzione. In Italia, tra lo spettatore e l’autore, per decenni si è messo un terzo incomodo armato di penna: un ufficio marketing che decideva di cosa parlasse il film prima ancora che tu comprassi il biglietto. Non sbagliava le parole: le cambiava apposta. Ecco otto casi in cui il distributore si è preso un posto nei titoli di coda senza chiedere il permesso.

IL DISTRIBUTORE CHE RISCRIVEVA I REGISTI

Uno. “Le iene” (Reservoir Dogs, 1992). Quentin Tarantino ha sempre rifiutato di spiegare cosa significhi “Reservoir Dogs”: diceva che semplicemente suonava bene, un titolo che non vuole dire niente. L’Italia non ha sopportato l’idea di un titolo senza senso e gliene ha dato uno: le iene, gli sciacalli. Abbiamo messo un’etichetta esattamente là dove l’autore aveva voluto il mistero.

Due. “Non aprite quella porta” (The Texas Chain Saw Massacre, 1974). L’originale è un’etichetta brutale: un luogo, un’arma, un massacro. La versione italiana cancella sia il Texas sia la motosega e trasforma il titolo in una battuta di dialogo, un ordine da gridare allo schermo. Il titolo smette di descrivere il film e comincia a dare istruzioni al pubblico. Geniale, a modo suo, e completamente un’altra cosa.

QUANDO IL MARKETING SPOILERAVA IL FINALE

Tre. “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society, 1989). Qui la riscrittura ha vinto. L’originale nomina un club segreto di studenti; l’italiano nomina la filosofia del film, il carpe diem latino recitato in classe. “Cogliere l’attimo” è entrato nel modo di parlare di un Paese intero. È l’unico caso della lista in cui il distributore ha trovato il tema che il titolo vero aveva nascosto, e lo ha regalato a noi.

Quattro. “Il buio oltre la siepe” (To Kill a Mockingbird, 1962). Due titoli bellissimi, due libri diversi. Harper Lee parlava dell’uccello canoro che è peccato uccidere, metafora dell’innocente indifeso; l’italiano sceglie il buio oltre la siepe, l’ignoto dietro la casa di Boo Radley, la paura del diverso. Non è peggio. È semplicemente un’altra immagine, scelta al posto nostro.

Cinque. “Le ali della libertà” (The Shawshank Redemption, 1994). Il nome impronunciabile del carcere e quella “redenzione” che in italiano suona sempre un po’ goffa sono diventati un’immagine che spicca il volo. Peccato che quelle ali ti raccontino il finale: prima ancora di sederti, il titolo ti ha promesso che qualcuno, da quella prigione, uscirà.

IL MISTERO CANCELLATO DAI TITOLI ITALIANI

Sei. “Se mi lasci ti cancello” (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004). Il caso più crudele di tutti. Il titolo originale è un verso del poeta Alexander Pope; quello italiano è un gioco di parole da commedia sentimentale che ha venduto come una farsa di Jim Carrey un film malinconico e sofisticato sulla memoria e sull’amore che finisce. Una generazione è entrata in sala aspettandosi di ridere. È il simbolo di tutto il fenomeno: il titolo che non racconta il film, ma il film che il distributore avrebbe voluto vendere.

Sette. “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” (Domicile conjugal, François Truffaut, 1970). Il recordman assoluto. Truffaut lo aveva intitolato con sobrietà, “domicilio coniugale”. Il distributore italiano ci ha scritto sopra una frase intera, con tanto di corna, trasformando un film d’autore francese in quello che sembra il titolo di una commediaccia. L’autore ombra, qui, al massimo della sua sfacciataggine: ha riscritto Truffaut e ha pure firmato con una battuta.

UN TERZO INCOMODO NEI TITOLI DI CODA

E il gran finale, che è doppio. Verso la fine degli anni Novanta la riscrittura è diventata una catena di montaggio, con uno stampo preciso: la formula “ti più verbo”. “Se scappi ti sposo” (Runaway Bride), “Prima ti sposo poi ti rovino” (Intolerable Cruelty dei fratelli Coen), e di nuovo “Se mi lasci ti cancello”. Un intero sottogenere di titoli non scritti da nessun autore ma da un reparto commerciale, così riconoscibile da essere diventato una barzelletta. Poi, l’ultima ironia: proprio mentre perfezionava l’arte di riscrivere tutto, l’Italia è passata al vizio opposto, lasciare i titoli in inglese o addirittura appiccicare ai film americani un finto titolo inglese più semplice di quello vero, per sembrare moderni. Dal tradurre troppo al non tradurre più niente. L’autore ombra non è andato in pensione: ha solo cominciato a scrivere in inglese.

Per mezzo secolo, insomma, tra noi e il regista c’è stato un intruso con la matita. A volte ci ha rovinato il finale, una volta ci ha regalato una frase più bella dell’originale, spesso ci ha fatto ridere di un dramma. Non lo abbiamo mai votato, non compare nei titoli di coda, eppure metà dei film che amiamo li conosciamo con le parole che ha scelto lui. In Italia, il doppiaggio comincia molto prima delle voci: comincia dal titolo.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *