«DIGGER» AFFONDA CON 8 MILIONI: IL FLOP DEL SECOLO DI CRUISE E INARRITU

Budget da 280 milioni tra produzione e marketing, incasso mondiale sotto i 20: la Warner consegna alla storia il disastro dell’anno

Otto milioni di dollari negli Stati Uniti, meno di venti nel mondo intero. Questi i numeri del debutto in sala di «Digger», il kolossal eco-apocalittico diretto da Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise nel ruolo centrale, uscito nelle ultime settimane tra enormi aspettative e altrettante cautele strategiche da parte della Warner Bros. Il confronto con le spese sostenute è impietoso: la produzione ha confermato un budget di quasi 180 milioni di dollari — cifra rivista al rialzo rispetto ai 125 inizialmente circolati — a cui si sommano altri 100 milioni destinati alla campagna di marketing globale. Il film si avvia dunque verso un incasso finale che, secondo le proiezioni più ottimistiche, non riuscirà a coprire nemmeno la metà dell’investimento complessivo.

I NUMERI DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

La Warner, scottata dall’esperienza di «Joker: Folie à Deux» nel 2024, aveva scelto di tenere «Digger» lontano dai principali festival internazionali — niente Venezia, niente Toronto, niente Telluride — per evitare stroncature preventive che potessero avvelenare l’uscita commerciale settimane prima del debutto nelle sale. La trama è rimasta avvolta nel segreto più stretto, senza proiezioni stampa anticipate né il consueto giro di interviste con i protagonisti. Cruise ha scelto di muoversi sui propri canali social, promuovendo il film in prima persona con una campagna reiterata e visibile, nel tentativo di aggirare i circuiti tradizionali della critica. Non è bastato.

Anche l’endorsement dei cosiddetti «Tre Amigos» — Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón, entrambi premi Oscar e compatrioti messicani di Iñárritu, conquistati da Hollywood negli anni Duemila — non ha spostato di una virgola l’ago del botteghino. Il pubblico ha disertato le sale con una coerenza che ha sorpreso persino gli analisti di settore. La rivista specializzata americana ha sintetizzato la situazione con una lucidità che fa male: «Cruise sarà la star più grande del mondo, ma nemmeno il suo nome da solo può bastare a vendere una satira ambientalista fuori dagli schemi e vietata ai minori, che racconta la storia di un magnate del petrolio che scatena un potenziale disastro globale».

Su Rotten Tomatoes il film si è fermato al 51%, mentre le uscite dalle sale hanno restituito un giudizio di “C+” nei sondaggi CinemaScore. La Warner ha tentato una mossa insolita sui social, pubblicando spot su Instagram e X che invitavano gli spettatori a «decidere da soli», dopo che le recensioni avevano bollato «Digger» come «sgradevole» e «incomprensibile». Una tattica apprezzata come trovata comunicativa, ma del tutto inefficace sul piano commerciale.

LA STRATEGIA DEL SILENZIO STAMPA

La carriera di Iñárritu rendeva il crollo ancora più inatteso: «Birdman», girato con 18 milioni di dollari, ne aveva incassati 103; «The Revenant», con un budget di 135 milioni, aveva superato quota 530 a livello mondiale. Quattro Oscar complessivi, due consecutivi alla regia, un curriculum da autore capace di coniugare ambizione artistica e risultati di pubblico. Con «Digger», quella formula si è inceppata in modo clamoroso.

Il disastro si inscrive in una stagione particolarmente delicata per la Warner Bros., che proprio in questi giorni è ufficialmente passata sotto il controllo della Paramount. Il film rischia di entrare nella storia dei grandi fallimenti autoriali accanto a nomi e cifre che fanno impressione: «I cancelli del cielo» di Cimino portò al fallimento la United Artists; il remake di «Lolita» firmato da Adrian Lyne incassò meno di 2 milioni a fronte di 68 di spesa; «The Postman» di Kevin Costner rovesciò il rapporto tra i 80 milioni investiti e i 20 recuperati; «Megalopolis» di Coppola, costato 120 milioni, si fermò a poco più di 14 milioni di ricavi globali. «Digger» si candida a fare compagnia illustre a questa lista.

Flop record, storia triste

Il caso «Digger» riporta alla mente la crisi strutturale che Hollywood vive ogni volta che un autore con ambizioni di rottura incontra un pubblico mainstream ormai condizionato dai franchise: nel 2023, «Killers of the Flower Moon» di Scorsese — 200 milioni di budget — si fermò a 157 milioni mondiali, salvato solo dalla Apple. Iñárritu non ha alle spalle uno streaming gigante disposto ad assorbire le perdite, e la Warner in transizione verso Paramount è l’azionista peggiore possibile in questo momento. Vale la pena ricordare che CinemaScore non ha mai assegnato una «C+» a un film con una star del calibro di Cruise: persino «Eyes Wide Shut» di Kubrick, accolto tiepidamente nel 1999, ottenne una «B». Il dato di Rotten Tomatoes al 51% è ulteriormente significativo perché colloca «Digger» sotto la soglia del «fresh» (60%), rendendo impossibile qualsiasi rimonta via passaparola positivo. La fusione Warner-Paramount, completata nell’ottobre 2026, aggiunge un’ombra gestionale pesante: i nuovi vertici dovranno giustificare agli azionisti una perdita secca che, tra produzione e marketing, potrebbe superare i 250 milioni di dollari.

— Showblitz

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