Le battute che citiamo a memoria spesso non sono mai state dette così. Cinema, musica e TV sono pieni di frasi che milioni di persone ricordano allo stesso identico modo, e sbagliato. Non è ignoranza: è un fenomeno che ha persino un nome, e la versione falsa quasi sempre suona meglio dell’originale
C’è una cosa più curiosa del dimenticare una frase: ricordarla tutti insieme sbagliata. Esistono battute che l’intero pianeta cita con assoluta sicurezza e che, andando a riascoltare la scena, scopriamo non essere mai state pronunciate in quel modo. Ecco otto casi in cui il ricordo collettivo ha vinto sull’originale.
IL FENOMENO DELLE CITAZIONI SBAGLIATE
1) “Luke, sono tuo padre.” La frase più citata della storia del cinema non esiste. Ne L’Impero colpisce ancora (1980) Dart Fener non pronuncia mai il nome di Luke: dice soltanto “No, io sono tuo padre”, come risposta a Luke che lo accusa di avergli ucciso il padre. Il “Luke” lo aggiungiamo noi, perché senza un destinatario la battuta ci sembra monca.
2) “Suonala ancora, Sam.” In Casablanca (1942) non la dice nessuno. Ilsa chiede: “Suonala, Sam. Suona ‘As Time Goes By'”; e prima ancora “Suonala una volta, Sam, per il buon tempo andato”. La formula sbagliata è diventata talmente celebre da dare il titolo a un film di Woody Allen del 1972, “Play It Again, Sam” (da noi “Provaci ancora, Sam”), che ha sigillato l’errore per sempre.
3) “Mirror, mirror on the wall.” Nel Biancaneve di Disney (1937) la regina cattiva non raddoppia lo specchio: in originale invoca “Magic mirror on the wall”, lo specchio magico. Il raddoppio ci piace di più perché ha ritmo, e così l’abbiamo imposto a una frase che non ce l’aveva. Succede anche da noi, del resto: la battuta vera del doppiaggio italiano è “Specchio, servo delle mie brame”, e in tantissimi la ricordano senza quel “servo”.
DART FENER NON DISSE LUKE
4) “Se lo costruisci, verranno.” Ne L’uomo dei sogni (Field of Dreams, 1989) la voce misteriosa non promette una folla: sussurra “Se lo costruisci, lui verrà”, una persona sola. Trasformando quel “lui” in un “verranno” abbiamo preso un film intimo e lo abbiamo ridotto a slogan motivazionale, ed è esattamente così che oggi la frase viene usata.
5) “Beam me up, Scotty.” Il comando più famoso di Star Trek, quello per farsi teletrasportare a bordo, non viene mai pronunciato esattamente così in nessun episodio o film della serie classica. È la sintesi che il pubblico si è costruito da solo, a furia di sentirne mille varianti: un modo di dire che la serie, in realtà, non ha mai detto.
CASABLANCA E L'ERRORE IMMORTALE
6) “Scusa mentre bacio questo ragazzo.” Nella musica succede lo stesso. In Purple Haze Jimi Hendrix canta “‘scuse me while I kiss the sky”, scusa mentre bacio il cielo; ma mezzo mondo ha sentito “kiss this guy”, bacio questo ragazzo. È il più celebre esempio di “mondegreen”, parola inventata nel 1954 dalla scrittrice Sylvia Wright: da bambina, in un’antica ballata scozzese, era convinta che accanto al conte avessero ucciso anche una certa “Lady Mondegreen”. Non esisteva: aveva solo capito male il verso.
7) “Fa moto sci.” Anche l’Italia ha i suoi. Nel brano Deodorante degli 883 il verso dice “fa molto chic”, ma generazioni di ragazzi lo hanno cantato convinti come “fa moto sci”, senza farsi troppe domande sul senso. Cantare male le canzoni, in fondo, è lo sport nazionale che precede di decenni i sottotitoli.
8) E qui sbagliamo persino il titolo. La battuta italiana più citata di tutte è “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca”. Peccato che nel film, Il secondo tragico Fantozzi (1976), quel film non si chiami affatto così: sullo schermo del cineforum aziendale c’è “La corazzata Kotiomkin”, e il regista Ejzenstejn è ribattezzato “Einstein”. Non solo per far ridere: la produzione non ottenne i diritti sulle immagini originali e dovette girare nuove scene a Roma, cambiando nome a tutto. Così, nella frase che usiamo da mezzo secolo per stroncare le cose noiose, sbagliamo il titolo del film che la contiene, e spesso anche la parola, perché in molti ricordano “boiata” al posto di “cagata”. Novantadue minuti di applausi, verrebbe da dire.
BIANCANEVE E LO SPECCHIO STORPIATO
E non sono soltanto le parole. L’omino del Monopoli, quello coi baffi e il cilindro, non ha mai avuto il monocolo che quasi tutti gli disegnano: lo confondiamo con un’altra celebre faccia della pubblicità. Gli orsi dei libri per bambini si sono sempre chiamati Berenstain, non Berenstein, come invece giura di ricordare un’intera generazione. Il fenomeno ha persino un nome: “effetto Mandela”, coniato nel 2009 dalla ricercatrice Fiona Broome dopo aver scoperto che moltissime persone, come lei, erano convinte che Nelson Mandela fosse morto in carcere negli anni Ottanta. Mandela, in realtà, uscì di prigione, divenne presidente del Sudafrica e morì libero nel 2013.
La cosa più interessante è che la versione sbagliata, quasi sempre, è migliore: più simmetrica (quel “specchio, specchio”), più comoda da dire (aggiungiamo “Luke” per avere qualcuno a cui parlare), più adatta a diventare proverbio (“verranno” al posto di “lui verrà”). È come se milioni di persone, senza mettersi d’accordo e senza un autore, restaurassero di nascosto i propri classici verso ciò che suona meglio. La cultura di massa non conserva le sue frasi: le riscrive a voce, in coro. L’originale resta negli archivi, esatto e un po’ scomodo; la copia sbagliata è quella che ci portiamo a casa e teniamo stretta. In fondo è il contrario della filologia: non vince la versione giusta, vince quella che ci piace di più ricordare.