DA DE GREGORI A MENGONI • QUANDO I CANTANTI AMANO PROPORRE DAL VIVO I LORO PEZZI MENO NOTI

Da Marco Mengoni a Francesco De Gregori, cresce il fascino degli spettacoli raccolti, delle canzoni dimenticate e delle scalette che rinunciano ai grandi successi. Per gli artisti è una liberazione, per gli spettatori può diventare un piccolo atto di fede: spendere anche cifre importanti per scoprire che quella che aspettavano da tutta la sera non arriverà

C’è una nuova frontiera del concerto dal vivo: vendere l’intimità, possibilmente a caro prezzo, e lasciare a casa le canzoni che hanno fatto la fortuna dell’artista. Dopo anni di stadi, megaschermi, effetti speciali e biglietti sempre più costosi, alcuni cantanti famosi sembrano aver scoperto il piacere di esibirsi in spazi raccolti, recuperando brani laterali del proprio repertorio. Una scelta artisticamente rispettabile, talvolta persino affascinante, che però contiene un piccolo paradosso: il pubblico paga per vedere una star e rischia di sentirsi proporre soprattutto ciò che non conosce.

L'INTIMITÀ COME NUOVO SPETTACOLO

Marco Mengoni è l’esempio più recente e clamoroso. Per la sua residency milanese Allo Sbagliato, in programma dal 5 novembre al 19 dicembre 2026 in uno spazio da circa 500 persone, ha annunciato 26 serate con scalette variabili, una band di dodici elementi e biglietti da 100 a 200 euro. Ma soprattutto ha chiarito che, di norma, non ci saranno «L’essenziale» e «Due vite», i suoi successi più riconoscibili. Al loro posto, lati B, brani meno frequentati e cover di artisti come Al Green e Marvin Gaye. Il telefono, inoltre, resterà chiuso in una custodia: un’esperienza da vivere senza distrazioni, senza fotografie e senza la tentazione di controllare se nel frattempo sia arrivata una notifica.

Il concetto è chiaro: non si compra semplicemente un concerto, ma un’esperienza speciale. Lo stesso Mengoni ha paragonato il prezzo a quello di una cena in un ristorante stellato, pur precisando di non voler sostenere che il suo spettacolo sarà necessariamente uno stellato della musica. Una precisazione prudente, perché il rischio è che qualcuno, dopo aver pagato 200 euro, si accorga di avere una fame tremenda proprio di «Due vite».

La strada, però, l’aveva aperta Francesco De Gregori, che con Nevergreen (Perfette sconosciute) ha trasformato le canzoni meno note in un manifesto artistico. Nel 2024 ha trascorso venti serate al Teatro Out Off di Milano, circa 200 posti, recuperando brani che raramente trovavano spazio nei suoi concerti. Il progetto ritorna nell’autunno 2026 a Roma e Milano, per poi proseguire nei teatri italiani nel 2027. Anche qui la scaletta cambia, mentre classici come «Rimmel» e «La donna cannone» non costituiscono il piatto forte della serata. I biglietti per alcune tappe del nuovo tour arrivano a 95 euro.

BIGLIETTI COSTOSI, SUCCESSI ASSENTI

De Gregori ha spiegato di voler offrire un contrappunto alla corsa ai grandi numeri. E in effetti, se un artista può permettersi di riempire un teatro con le canzoni che ama di più, anziché con quelle che il pubblico gli chiede da quarant’anni, ha certamente conquistato una libertà invidiabile. Resta da capire quanto questa libertà sia condivisa da chi acquista il biglietto.

Non sono casi isolati, anche se non tutti arrivano fino alla rinuncia alle hit. Brunori Sas, per esempio, nel suo spettacolo teatrale del 2026 ha costruito un racconto fatto di canzoni e monologhi, privilegiando anche brani meno conosciuti, pescati persino dagli esordi. Ma nel programma trovano spazio pure «L’albero delle noci» e «Canzone contro la paura»: l’esperimento, insomma, non richiede di mettere al bando ogni successo.

Anche Fabio Concato, con il tour teatrale «Altro di me», ha riscoperto canzoni raramente eseguite dal vivo, accanto ai classici. È un esempio forse meno radicale, ma interessante: il repertorio di un artista non coincide necessariamente con la manciata di titoli che il pubblico conosce a memoria.

Il punto, allora, non è stabilire se un cantante abbia il diritto di sottrarsi alla dittatura delle proprie hit. Naturalmente ce l’ha. Dopo una carriera intera trascorsa a eseguire «quella canzone lì» ogni sera, è comprensibile che abbia voglia di rispolverare un brano dimenticato, magari amatissimo da lui e ignorato da quasi tutti gli altri. E un teatro piccolo può restituire sfumature che uno stadio, con 60 mila persone e i maxischermi, difficilmente consente.

MENGONI RINUNCIA AI GRANDI HIT

Il problema nasce quando l’esigenza dell’artista diventa un obbligo per lo spettatore. Perché il pubblico non è necessariamente un gruppo di filologi musicali, disposto a studiare la discografia completa prima di uscire di casa. Magari conosce tutte le parole di «L’essenziale», ha consumato «Rimmel» durante gli amori giovanili e desidera semplicemente cantarle insieme al proprio idolo. Non è un peccato di lesa maestà nei confronti dell’arte: è uno dei motivi per cui si comprano i biglietti.

Ecco dunque il nuovo lusso del live: pagare molto per ascoltare meno ciò che si conosce. Non soltanto meno spettatori, meno effetti speciali e meno distanza dal palco, ma anche meno canzoni familiari. La hit diventa quasi un prodotto commerciale da tenere nascosto, come se eseguirla fosse una concessione alla massa e non il momento in cui artista e pubblico si riconoscono davvero.

Naturalmente, chi non è soddisfatto può sempre restare a casa. Oppure studiare prima la scaletta, quando esiste. Ma a quel punto il concerto rischia di somigliare a un esame universitario: bisogna prepararsi, conoscere le opere minori e non protestare se il professore decide che «Generale» oggi non è in programma.

DE GREGORI E IL REPERTORIO NASCOSTO

La tendenza, insomma, ha una sua dignità artistica e non va liquidata come una bizzarria snob. De Gregori recupera canzoni che meritano di essere riascoltate, Mengoni cerca un rapporto più diretto con il pubblico e Brunori dimostra che anche i brani meno popolari possono funzionare dentro uno spettacolo pensato come un racconto. Ma una domanda rimane: il concerto deve soddisfare il desiderio del cantante di riscoprire se stesso o quello dello spettatore di ritrovare le canzoni che ama?

La risposta ideale sarebbe entrambe le cose. Perché se il rischio del grande concerto è trasformarsi in una catena di montaggio delle hit, quello del piccolo concerto è diventare una raffinata operazione di sottrazione: bellissima per chi sta sul palco, un po’ meno per chi ha pagato il conto. E magari, uscendo dal teatro, si ritrova a canticchiare proprio quella canzone che non ha sentito.

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