di Pierluigi Rapaccioli
Dal 30 ottobre arriva al cinema il nuovo Chainsaw Man, l’ennesimo anime-evento destinato al tutto esaurito. Non è nostalgia e non è un ripiego: è l’unico pubblico rimasto che tratta ancora l’andare al cinema come una cosa sacra. E noi lo abbiamo snobbato per vent’anni
Da anni ci chiediamo, con una certa aria da veglia funebre, se il cinema sia morto. La risposta è in una sala che non guardiamo mai, perché siamo convinti sia roba da ragazzini: quella piena di spettatori venuti a vedere un cartone animato giapponese. Il 30 ottobre esce nei cinema italiani il nuovo film di “Chainsaw Man”, e come è già successo decine di volte farà numeri che i film cosiddetti seri si sognano. Non è un caso isolato: a settembre 2025 “Demon Slayer – Il Castello dell’Infinito” ha incassato in Italia oltre 2,6 milioni di euro nel solo primo fine settimana, firmando l’opening day più alto di sempre per un anime nel nostro Paese. La scorsa primavera un capolavoro vecchio di trent’anni come “Principessa Mononoke”, riproposto in 4K, ha venduto oltre ottantamila biglietti in sette giorni.
DEMON SLAYER DA RECORD IN ITALIA
Qui bisogna intendersi, perché la spiegazione comoda sarebbe sbagliata. Non è solo nostalgia: Demon Slayer e Chainsaw Man sono film nuovi, usciti ora, non restauri. E non è nemmeno il solito discorso sull’horror o sul cinema-evento che rassicura il botteghino. È qualcosa di più semplice e di più serio. Lo streaming ci ha tolto l’unica vera ragione per uscire di casa: perché scomodarsi, pagare, prendere la macchina, se tanto fra sei mesi è sul divano. L’unico pubblico che a questa domanda continua a rispondere “perché voglio esserci la prima sera, insieme agli altri” è quello degli anime. Vanno in gruppo, spesso vestiti dei personaggi, applaudono nei momenti giusti, trattengono il fiato nei silenzi. Fanno, cioè, l’unica cosa che lo streaming non sa e non saprà mai regalare: il rito collettivo.
Ed è buffo, perché è esattamente il pubblico che l’Italia adulta ha snobbato più a lungo. Per vent’anni il cartone giapponese è stato “quella roba violenta”, “il disegnino per bambini mai cresciuti”, la sottocultura da liquidare con una battuta. Oggi quella sottocultura è l’unica che riempie le sale con la devozione con cui una volta ci andavano i nostri genitori: in silenzio quando si deve, in delirio quando è il momento, con la sensazione di partecipare a un evento che capita una volta e che non si può mettere in pausa. Mentre il resto del cinema inseguiva lo spettatore con biglietti scontati, poltrone reclinabili e menù al posto dei popcorn, i ventenni avevano già capito da soli che il valore della sala non è la comodità: è il non essere soli.
LO STREAMING HA SVUOTATO LE SALE
Per onestà, qualche contrappeso va messo. Una fetta di questo boom è davvero nostalgia e riedizione, dai classici dello Studio Ghibli alle retrospettive di Satoshi Kon, e là il discorso vale meno. Il modello dell’evento di uno, tre o sette giorni è anche una scarsità costruita ad arte: poche date, niente on demand subito, così la corsa al biglietto è in parte fabbricata. E in valori assoluti gli incassi degli anime restano una frazione di quelli di un grande blockbuster americano. Nessuno sta dicendo che il futuro del cinema parli solo giapponese.
Ma il punto resta, ed è scomodo per noi che facciamo gli esperti. Il cinema-evento, quello per cui vale la pena uscire, oggi in Italia lo tiene in vita soprattutto un pubblico che consideravamo di nicchia e un po’ ridicolo. Non lo hanno salvato i cinepanettoni, non lo hanno salvato i grandi autori, non lo hanno salvato nemmeno i supereroi ormai stanchi: lo stanno tenendo caldo dei ragazzi con la maglietta di un demone con la katana, convinti di una cosa che noi avevamo dimenticato, e cioè che al cinema non si va per vedere un film. Si va per vederlo insieme. Il 30 ottobre, mentre discutiamo l’ennesimo necrologio della sala, loro saranno in fila. Converrebbe andarci anche noi, non per il cartone: per ricordarci come ci si sta, in un cinema pieno.