I LATI B DELLA MUSICA PORTATI AL SUCCESSO DA FILM E SERIE TV

Un supervisore musicale americano o spagnolo pesca un lato B dimenticato dei nostri nonni, lo infila in dieci secondi di una serie, e di colpo il pianeta canta una canzone italiana che noi avevamo buttato. Ecco chi custodisce il repertorio al posto nostro

C’è una cosa che facciamo malissimo, in Italia, ed è ricordarci delle nostre canzoni. Le suoniamo per un’estate, le lasciamo sul fondo di un juke-box e poi aspettiamo che qualcuno, da fuori, ce le riconsegni. Succede quasi sempre così: non è la radio italiana a resuscitare un vecchio brano, è una scena di una serie straniera. E allora il nipote scopre su Netflix la canzone che la nonna aveva smesso di canticchiare quarant’anni prima.

VIANELLO SCOPERTO GRAZIE A NETFLIX

Il caso più nitido è Edoardo Vianello. “Guarda come dondolo” è del 1962, nata come lato B di “Pinne, fucile ed occhiali”: roba da ombrellone, archiviata. Poi nel 2017 la seconda stagione di “Master of None” di Aziz Ansari la usa per un twist improvvisato in cucina ballato con Alessandra Mastronardi, e il brano entra nella classifica di Billboard delle canzoni più viste in tv, al decimo posto. Per la prima volta in sessant’anni di carriera Vianello compariva in una classifica americana. Gliel’ha regalata una scena, non noi.

Stessa storia, dignità regale, per Raffaella Carrà. “A far l’amore comincia tu”, nella sua versione inglese “Do It, Do It Again”, riaffiora nel 2008 in un episodio di “Doctor Who” intitolato “Midnight”: pochi secondi, ma bastano a rilanciarla fuori dai nostri confini, dove intanto diventava un inno per un paio di generazioni che la Carrà, da noi, davano ormai per archiviata nei contenitori del pomeriggio.

RAFFAELLA CARRÀ E DOCTOR WHO

Poi arrivano gli spagnoli, e fanno man bassa del nostro novecento musicale. “La casa di carta” infila “Ti amo” di Umberto Tozzi nella quarta stagione e, nella stessa annata, fa cantare a un coro di frati “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato: risultato, un revival di Battiato in Spagna, dove il cantautore siciliano è diventato di colpo un oggetto di culto anche grazie a “Radio Varsavia”, scelta da Luca Guadagnino per “Chiamami col tuo nome”. Non contenti, nello spin-off “Berlino” il cast intona “Felicità” di Al Bano e Romina, con tanto di apparizione dello stesso Al Bano: la sigla Sanremo 1982 che qui era diventata quasi una barzelletta, là è un pezzo di immaginario pop europeo.

I più spericolati sono gli americani delle serie di culto. “Breaking Bad” sceglie “Crapa pelada” del Quartetto Cetra, una filastrocca milanese del 1936, per spiazzare lo spettatore con un’allegria grottesca. E “Better Call Saul”, nella colonna sonora della prima stagione, piazza “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, del 1969: in una tracklist di soli artisti anglofoni, l’unica voce straniera è la sua. Qualcuno, a Los Angeles, ha scavato in un repertorio che noi avevamo smesso di spolverare.

L'ITALIA DIMENTICA LE SUE CANZONI

E poi c’è il caso che li riassume tutti, il più clamoroso. La canzone italiana più cantata al mondo negli ultimi anni non l’ha rilanciata un festival, un anniversario o un programma Rai: l’ha rimessa in bocca al pianeta “La casa di carta”. “Bella ciao”, il nostro canto popolare e partigiano, è diventata grazie a una serie spagnola un inno planetario, remixato in versione dance, urlato negli stadi e nelle piazze dal Cile alla Turchia. Ce la siamo ritrovata addosso come una novità, mentre era nostra da sempre.

Il punto non è la nostalgia, è l’imbarazzo. Questi brani non sono tornati perché qualcuno da noi ha deciso che valevano ancora: sono tornati perché un autore straniero li ha trovati perfetti per raccontare una sua scena, e noi ce ne siamo accorti dopo. I veri custodi della canzone italiana, oggi, non stanno in Rai e non siamo noi: sono una supervisor musicale di Hollywood e uno sceneggiatore di Madrid. Loro aprono il nostro cassetto, scelgono il pezzo giusto e ce lo riconsegnano lucidato. A noi resta la parte più comoda e più triste: riscoprire di avere avuto, per tutto questo tempo, qualcosa che non sapevamo più di possedere.

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