40 ANNI DI «RITORNO AL FUTURO» (QUANDO IL DOMANI SI SOGNAVA INVECE DI TEMERLO)

di Pierluigi Rapaccioli

Il 21 ottobre “Ritorno al Futuro” torna in sala in 4K per i suoi quarant’anni. Rivederlo oggi fa uno strano effetto: non per nostalgia del 1985, ma perché è l’ultimo grande film che immaginava un futuro divertente, colorato, desiderabile. Da allora la fantascienza ha smesso di promettere e ha cominciato soltanto a minacciare

Il 21 ottobre “Ritorno al Futuro” torna nelle sale italiane in 4K, distribuito da Nexo Studios, per festeggiare quarant’anni dal debutto del 1985. La data non è casuale: il 21 ottobre è il giorno in cui Marty McFly atterra nel futuro nel secondo capitolo della trilogia, e dal 2015 è diventato una ricorrenza internazionale. Un film che compie quarant’anni e che continuiamo a rivedere: fin qui, la classica operazione nostalgia. Solo che la nostalgia, stavolta, non è per il passato. È per il futuro.

IL FUTURO CHE VOLEVANO FARCI DESIDERARE

Perché il 2015 immaginato da Robert Zemeckis nel 1989 era un posto in cui avremmo voluto vivere. Skateboard volanti, auto che si alzano da terra, scarpe che si allacciano da sole, giacche che si asciugano addosso, videochiamate, una città piena di luci e di gente che si diverte. Un futuro sbagliato in mille dettagli e giusto in una cosa sola, la più importante: era allegro. Era un domani che il film ci invitava a desiderare, non a esorcizzare. E qualche pezzo, per inciso, è pure arrivato davvero: le videochiamate le facciamo tutti, e la Nike nel 2016 ha costruito sul serio le scarpe autoallaccianti di Marty e le ha regalate a Michael J. Fox. Il problema non è che il futuro non sia arrivato. È che abbiamo smesso di immaginarlo così.

Provate a pensare all’ultima volta che un grande film o una grande serie vi ha mostrato un domani in cui vorreste finire. Fatica, vero? Da almeno quindici anni la fantascienza popolare è un unico, lunghissimo avvertimento: “Hunger Games” e i suoi ragazzini che si ammazzano in diretta, “Black Mirror” che a ogni episodio ci spiega come la prossima tecnologia ci rovinerà, i mondi post-apocalittici, le intelligenze artificiali che si ribellano, i climi impazziti, le dittature digitali. Bravissimi film, spesso. Ma tutti costruiti sulla stessa promessa rovesciata: il futuro è il posto dove le cose vanno a finire male. Non più una meta, una minaccia.

C’è una ragione, ed è comprensibile. La distopia è il genere che elabora le nostre paure vere — la sorveglianza, il lavoro che sparisce, il pianeta che si surriscalda — e raccontarle è legittimo, a volte necessario. Un futuro tutto rose sarebbe oggi una bugia, e lo spettatore non ci crederebbe. Va anche detto, per onestà, che il “passato ottimista” è in parte un trucco della memoria: gli anni Ottanta non erano affatto solo skateboard volanti. Erano anche “Blade Runner” con la sua pioggia acida, “Terminator” con le macchine che sterminano l’umanità, “Mad Max” e i suoi deserti. La paura del domani il cinema l’ha sempre saputa raccontare. E lo stesso “Ritorno al Futuro – Parte II” non è ingenuo: dentro c’è un 1985 alternativo che è un incubo, con Biff padrone di una città trasformata in un casinò violento. Zemeckis lo sapeva benissimo che il futuro può andare storto.

IL 21 OTTOBRE TORNA IN SALA

Ma c’è una differenza, ed è tutta nel baricentro. Quarant’anni fa il futuro cupo era una delle possibilità, il prezzo da pagare se sbagliavamo strada; il futuro luminoso restava sul tavolo, raggiungibile, anzi era quello verso cui tifavamo. Oggi il futuro luminoso è semplicemente sparito dall’immaginario. Non lo sappiamo più nemmeno disegnare. Abbiamo mille film su come il domani ci distruggerà e quasi nessuno su come potrebbe renderci felici. E un popolo che non riesce più a immaginarsi un futuro desiderabile è un popolo che ha smesso, in fondo, di desiderarlo.

Ecco perché torneremo in sala il 21 ottobre, e non sarà davvero per i quarant’anni. “Ritorno al Futuro” è una macchina del tempo che non porta indietro al 1985: porta avanti, verso un 2015 che non è mai esistito e che continua a mancarci più di qualsiasi anno vero. Andiamo a rivederlo per toccare con mano l’ultima volta in cui il domani era una buona notizia. La DeLorean, a guardarla bene, non serviva a tornare nel passato. Serviva a ricordarci che una volta il futuro lo aspettavamo con gioia, e non con la paura.

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