Lucca Comics & Games compie sessant’anni e diventa epopea nazionale, tra mostre col Politecnico e speciali della Rai. Ma è lo stesso Paese che negli anni Sessanta mandava Diabolik e Satanik sotto sequestro e a processo per oscenità. Il fumetto non è diventato più nobile: è cambiato chi decide cosa è cultura
C’è una fotografia dell’Italia che vale la pena tenere in mente questa settimana, mentre Lucca si prepara a spegnere sessanta candeline. La prima edizione del Salone del fumetto arrivò in città nel 1966, e oggi quella manifestazione è la più grande fiera del suo genere in Italia, un evento che muove centinaia di migliaia di persone. Per i sessant’anni la Rai ha prodotto un documentario, 60 volte Lucca, in onda su Rai5 alla vigilia dell’apertura e poi su RaiPlay. C’è una grande mostra ospitata a Palazzo Guinigi, costruita insieme al Politecnico di Milano. Ci sono oltre quattrocento ospiti da quindici Paesi, leggende come Go Nagai e Frank Miller. Il fumetto, insomma, è diventato patrimonio: roba da università, da televisione pubblica, da assessorato alla cultura.
LUCCA CELEBRA SESSANT'ANNI DI FUMETTI
Ora torniamo indietro di sessant’anni esatti, allo stesso Paese. Nel novembre del 1962 due sorelle milanesi, Angela e Luciana Giussani, avevano dato alle stampe un tascabile con un ladro spietato in calzamaglia nera: Diabolik. Nel 1964 erano arrivati Kriminal e Satanik, firmati da Max Bunker e Magnus, ancora più cattivi, più violenti, più erotici. Erano i fumetti neri, e l’Italia perbene li trattò come un’emergenza pubblica. Nel 1965 la magistratura di Milano ordinò sequestri massicci e aprì un’inchiesta per pubblicazioni oscene: quelle storielle disegnate venivano definite socialmente pericolose, indecenti, un attentato al buon costume. Il fumetto finiva davvero in tribunale. Lo stesso oggetto che oggi lo Stato celebra a Palazzo Guinigi, sessant’anni fa lo Stato lo faceva ritirare dalle edicole.
Ecco il punto che nessuno dirà, tra un applauso e l’altro alle candeline. Non è il fumetto a essere diventato più nobile. È cambiato chi ha in mano il timbro che decide cosa è cultura e cosa è spazzatura. Le stesse tavole, le stesse matite, la stessa arte popolare: prima immorali, poi patrimonio. E la cosa più comoda, in questa promozione a sorpresa, è la memoria corta. Nessuno, nei comunicati sui sessant’anni, ricorda che quel medium l’avevamo processato. Lo celebriamo come se avesse sempre avuto il nostro rispetto, come se non gli avessimo mai mandato i carabinieri in edicola.
DIABOLIK E I FUMETTI SOTTO PROCESSO
E qui bisogna essere onesti, perché sarebbe troppo facile fare solo la morale ai benpensanti di ieri. Quel panico degli anni Sessanta era ridicolo, e chi oggi porta il fumetto all’università fa una cosa giusta e sacrosanta: è arte, lo è sempre stata, e il riconoscimento è meritato. Il fumetto italiano vivo, quello che conta, non è affatto addomesticato: dai romanzi a fumetti che entrano nelle classifiche dei libri fino ad autori capaci di raccontare il presente meglio di molti giornali, la china tiene ancora i denti. Non è un funerale, questo. Ma vale la pena ricordare una cosa: Diabolik era nato apposta per scandalizzare, per ribaltare la morale corrente, per essere il cattivo che vinceva. Il rispetto delle istituzioni tende ad arrivare quando una cosa ha smesso di far paura. E un pezzetto di quella paura, per il fumetto, era anche il suo bello.
Il paradosso finale lo regala proprio Diabolik. Il ladro che sessant’anni fa mandavamo sotto sequestro oggi è un franchise da grande schermo, tre film con volti amatissimi del nostro cinema, applausi e prime cinematografiche. Lo stesso Paese che voleva toglierlo dalle mani dei ragazzini adesso gli compra il biglietto. Va benissimo così. Basta non raccontarci che è sempre stato un classico: era un fuorilegge, e lo abbiamo perdonato solo quando ha smesso di essere pericoloso. Auguri, Lucca. Ma i sessant’anni più interessanti non sono i tuoi: sono quelli che ci abbiamo messo a capire che avevamo torto.