Hollywood adora raccontare i suoi set stregati: fulmini sugli aerei dei protagonisti, morti a catena, incidenti impossibili. È una delle sue leggende preferite. Ma se si guardano i casi uno per uno, la vera maledizione del cinema non ha mai avuto nulla di soprannaturale. Ha un nome molto più banale, e molto più colpevole
C’è un genere di storia che il cinema ama raccontare su sé stesso più di qualunque altro: la maledizione. Il film che non andava girato, il set perseguitato dalla sfortuna, la pellicola che si è portata via chi l’aveva toccata. Sono racconti perfetti, perché mescolano la paura dello schermo con quella della vita, e perché nessun ufficio stampa ha mai dovuto faticare per diffonderli: un film “maledetto” si vende da solo. Ecco sette casi leggendari, e la cosa che hanno davvero in comune, che è molto meno rassicurante dei fantasmi.
IL PRESAGIO E I FULMINI FATALI
Il più famoso di tutti è Il presagio, The Omen, del 1976. La lista dei guai è da brivido: l’aereo di Gregory Peck, in volo verso le riprese a Londra, viene colpito da un fulmine; poche settimane dopo tocca all’aereo del produttore esecutivo; l’addestratore di animali viene sbranato da una tigre il giorno dopo aver gestito i babbuini di una scena. Ma il dettaglio che ha fondato la leggenda arriva dopo la prima del 6 giugno: il responsabile degli effetti speciali John Richardson ha un incidente d’auto in Olanda in cui la sua assistente, Liz Moore, viene decapitata. E lì vicino, dicono, c’era un cartello stradale: “Ommen, 66,6 km”. Un film sull’Anticristo e il numero della Bestia su un segnale olandese. Più maledetto di così.
Poi c’è L’esorcista, 1973, che la maledizione se l’è quasi costruita in casa. Il set newyorkese andò a fuoco nel 1972, distrutto quasi per intero. Si racconta che vennero chiamati dei sacerdoti a benedire il nuovo teatro di posa, e che una lunga scia di disgrazie e lutti accompagnò chi vi lavorò. Il film sul demonio diventò, nell’immaginario, un film posseduto esso stesso: la migliore pubblicità che un horror potesse sognare.
La terza storia fa ancora più male, perché le tragedie sono vere e recenti. Poltergeist, 1982, trascina dietro di sé quella che i fan chiamano “la maledizione”: nella celebre scena della piscina furono usati scheletri umani veri, e soprattutto due delle attrici morirono giovanissime. Dominique Dunne, uccisa dall’ex fidanzato nel 1982 a pochi giorni dal suo ventitreesimo compleanno; Heather O’Rourke, la bambina bionda del film, morta nel 1988 a soli dodici anni per una patologia intestinale diagnosticata male. Nessun demone: due destini atroci che la leggenda ha cucito insieme perché faceva paura di più.
MORTI E INCIDENTI SUL SET
La quarta è la storia di un cast segnato, Gioventù bruciata del 1955. James Dean morì in un incidente d’auto il 30 settembre di quell’anno, poche settimane prima che il film uscisse: aveva ventiquattro anni. Anni dopo, anche i suoi due giovani compagni di set se ne andarono di morte violenta: Sal Mineo accoltellato nel 1976, Natalie Wood annegata in circostanze mai del tutto chiarite nel 1981. Tre ragazzi che recitavano la loro inquietudine, inghiottiti uno dopo l’altro: difficile non pensare a un film stregato.
La quinta, invece, segna il punto in cui la maledizione smette di essere folklore e diventa cronaca. Sul set de Il corvo, nel marzo del 1993, Brandon Lee, figlio di Bruce Lee, viene colpito all’addome durante una scena e muore: aveva ventott’anni. Non c’era nessun soprannaturale. In una pistola di scena era rimasto incastrato il frammento di un proiettile da una ripresa precedente, e la scena successiva prevedeva colpi a salve. La produzione fu multata dall’autorità per la sicurezza sul lavoro. Il film uscì comunque, nel 1994, e il coincidere macabro con il mestiere del padre fece il resto della leggenda.
LA LEGGENDA NATA IL 6 GIUGNO
La sesta è la maledizione più onesta di tutte, perché non si traveste da mistero: Apocalypse Now, 1979. Un tifone rase al suolo i set nelle Filippine; Martin Sheen ebbe un infarto a trentasei anni in piena lavorazione; il budget esplose, i mesi si moltiplicarono, Francis Ford Coppola sfiorò il collasso e sintetizzò tutto in una frase diventata celebre: non era un film sul Vietnam, era il Vietnam. Qui non c’è nessun fantasma, solo ambizione smisurata, natura e soldi. È esattamente il modello che spiega tutti gli altri.
Ed eccoci al punto, il motivo per cui questa non è solo una lista di brividi. Quando si allineano i casi, il soprannaturale evapora e resta sempre la stessa cosa: un set è un posto di lavoro pericoloso, e quando qualcosa va storto quasi mai la colpa è del diavolo. Lo dimostrano le due tragedie che hanno cambiato le regole. Nel 1982, durante le riprese di Ai confini della realtà – Il film, un elicottero precipitò su una scena uccidendo l’attore Vic Morrow e due bambini: il regista e altri furono processati e assolti, ma da quella strage nacquero norme nuove sull’uso degli elicotteri e sul lavoro dei minori sul set. E nel 2021, sul set di Rust, la direttrice della fotografia Halyna Hutchins è stata uccisa da un colpo partito da una pistola di scena che qualcuno aveva dichiarato sicura. Lì la parola “maledizione” non l’ha usata più nessuno: si è parlato di responsabilità, di negligenza, di tribunali. Ed è questa la verità scomoda dietro ogni set stregato. Per decenni abbiamo chiamato “maledizione” quello che, molto più spesso, era semplicemente il nome che Hollywood dava alla propria distrazione. Il diavolo è un’ottima scusa. L’incuria, invece, ha un indirizzo preciso.