Quaranta canzoni confezionate per la spiaggia, un solo disco di platino. E intanto l’estate se l’è presa “Ossessione” di Samurai Jay, che a Sanremo era arrivata diciassettesima. Il tormentone costruito a tavolino è morto: non lo decide più l’industria, lo decide il pubblico. E quest’anno il pubblico ha risposto picche
Ormai siamo alla fine dei giochi e si può fare un bilancio. Ogni primavera parte la stessa liturgia. Le etichette annunciano “la canzone dell’estate” con settimane d’anticipo, come se un tormentone si potesse prenotare al ristorante. Featuring latino d’ordinanza, star internazionale in appoggio, ritornello a prova di stabilimento balneare, uscita calibrata sul primo caldo. Quest’anno la macchina ha sfornato oltre quaranta singoli progettati per lo stesso identico scopo.
LA MACCHINA DEI TORMENTONI FALLISCE
Risultato: uno solo ha toccato il platino. “La testa gira” di Fred De Palma con Emis Killa e Anitta ha superato le 250mila copie, e per il resto è il deserto. Oltre le 100mila unità si contano appena altri tre titoli: “Al mio paese” di Serena Brancale con Delia e Levante, “Sorry Scusa Lo Siento” dei Pinguini Tattici Nucleari e “Romantica” di Ultimo. Tutto qui. Nessun brano ha davvero preso per il collo l’estate, spartita tra radio, streaming e vendite senza un vero padrone.
Il padrone, semmai, c’era. Solo che non l’aveva ordinato nessuno. La canzone che ha dominato le classifiche per mesi non è nata d’estate: è “Ossessione” di Samurai Jay, uscita il 25 febbraio, in gara a Sanremo 2026. Dove, dettaglio da incorniciare, si era piazzata diciassettesima. Doppio disco di platino, mesi in cima alle classifiche, e una miscela di salsa, bachata e dance che ha battuto i tormentoni sul loro stesso terreno ballabile — senza essere stata costruita per la spiaggia, ma per il palco dell’Ariston.
Ed è qui la lezione che l’industria fatica a mandare giù. Il tormentone, quello vero, non si programma. Puoi assemblarlo con tutti gli ingredienti giusti, la star brasiliana e il beat caldo, e finire comunque nel dimenticatoio a settembre. Oppure puoi tirare fuori a febbraio un pezzo che la giuria di un festival mette a metà classifica, e ritrovartelo un anno dopo ancora in testa perché la gente, quella canzone, se l’è scelta da sola.
UN SOLO PLATINO TRA QUARANTA SINGOLI
C’è una difesa possibile, ed è onesto ammetterla: lo streaming ha frantumato l’ascolto, le playlist hanno ucciso l’idea stessa della hit unica che canta tutta la nazione, e una “pluralità di successi” non è per forza un fallimento, ma forse solo la nuova normalità. Verissimo. Ma allora spieghiamo perché, in questa normalità frantumata, un pezzo ha comunque messo d’accordo tutti. Non uno dei quaranta progettati a tavolino. Uno che era passato da Sanremo quasi in punta di piedi.
Morale spiccia: più una canzone è costruita per diventare un tormentone, più sa di fabbrica. E il pubblico del 2026, la fabbrica, la sente a naso.