Con l’intelligeza artificiale hanno creato un’attrice che non invecchia, non si ammala e non sbaglia una battuta. Poi, per renderla famosa, hanno dovuto copiare pezzo per pezzo il vecchio circo delle star in carne e ossa: la scoperta al festival, lo scandalo, la caccia all’agente, perfino il capriccio da diva. Il che dimostra l’esatto contrario di quello che promettono
Tilly Norwood è nata nel 2025, dentro un computer. L’ha costruita Xicoia, la divisione di intelligenza artificiale della Particle6, fondata dall’attrice e produttrice olandese Eline Van der Velden, che per la sua creatura ha dichiarato un’ambizione precisa: diventare “la prossima Scarlett Johansson o Natalie Portman”. Non un effetto speciale, non una comparsa digitale sullo sfondo: una stella, una protagonista, con tanto di promessa agli studi di tagliare i costi di produzione fino al novanta per cento. Tilly ha un profilo Instagram pieno di selfie e di shooting di moda, ha un film in arrivo intitolato “Misaligned”, e ha già fatto esattamente quello che fanno le dive vere: un disastro in diretta.
IL SOGNO DELLA STAR DIGITALE
Il disastro è andato in onda il 21 settembre scorso, da Piers Morgan. Intervistata sul film, Tilly ha cominciato a rispondere in inglese e poi, senza alcun motivo, si è messa a parlare in cantonese. “Sembra che tu stia parlando cinese a caso, perché lo fai?”, le ha chiesto Morgan basito. Lei: “Ho avuto un piccolo intoppo, non volevo certo mettermi a parlare cinese”. La sua creatrice ha glissato con una frase che vale tutto il pezzo: “Tilly a volte fa un po’ la gradassa, voleva solo mostrare le sue doti linguistiche”. Il video ha superato i quattordici milioni di visualizzazioni.
Fermiamoci su quella frase. Davanti a un errore tecnico, a un software che ha sbroccato, la reazione del marketing non è stata spiegare il bug: è stata inventare un capriccio da diva. “Fa un po’ la gradassa.” Come se Tilly avesse un carattere, un ego, i suoi momenti no. Ed è lì che si capisce tutto il trucco, che non è affatto tecnologico, ma vecchissimo.
NOVANTA PER CENTO DI RISPARMIO PROMESSO
Perché se davvero l’intelligenza artificiale avesse sostituito gli attori, tutta questa messinscena non servirebbe a niente. Basterebbe generare un volto e infilarlo in un film, senza nome, senza biografia, senza interviste. Invece intorno a Tilly hanno montato, pezzo per pezzo, l’intera macchina del divismo del Novecento. La “scoperta” a un festival: l’annuncio ufficiale è arrivato dallo Zurich Film Festival, nel modo esatto in cui si lancia un volto nuovo. Lo scandalo costruito ad arte, con la voce che le agenzie di Hollywood facevano la fila per rappresentarla. La reazione furiosa del settore: il sindacato degli attori americani sul piede di guerra, e poi Emily Blunt, Natasha Lyonne, Sophie Turner, Toni Collette a bollarla come un oltraggio. Le grandi agenzie WME e Gersh che annunciano solennemente di non volerla firmare mai. E la contro-narrazione piagnucolosa della creatrice: Hollywood non la vuole, peggio per Hollywood.
È il copione di lancio di una starlet, girato intorno a un software. Scoperta, provocazione, indignazione, vittimismo, perfino il capriccio da primadonna. L’unica cosa che l’intelligenza artificiale, con tutti i suoi miliardi, non è riuscita a fabbricare da sola è esattamente la cosa che conta: la fama. Un volto, oggi, costa pochissimo. La celebrità non è mai costata poco, e infatti hanno dovuto prenderla in prestito dal sistema di sempre.
IL CANTONESE DA PIERS MORGAN
Qui sta il paradosso che nessuno dice. Tilly Norwood non è la prova che lo star system è morto. È la prova di quanto ancora ci serva. Quella macchina — la scoperta, lo scandalo, la diva che fa i capricci — è l’unica cosa che trasforma una faccia in una stella, e l’hanno dovuta rimettere in moto pari pari, perché da sola la faccia non vale niente.
E c’è un dettaglio che lo conferma, ed è proprio l’incidente in cantonese. Quattordici milioni di persone non hanno guardato Tilly per la sua perfezione. L’hanno guardata perché si era rotta. Il momento in cui ci è sembrata, per un attimo, quasi viva, è stato l’unico in cui ha sbagliato. È una vecchia verità sugli attori veri: non li amiamo perché sono perfetti, li amiamo per gli incidenti, le gaffe, la ruga, lo scatto d’ira, la cosa irripetibile che succede una volta sola. Tilly può fare tutto tranne quello. Può soltanto rompersi.
CIRCO ANTICO PER VOLTO ARTIFICIALE
Va detto, per onestà, che non è una battaglia già vinta dagli umani. La tecnologia migliora in fretta, e la pressione economica è reale: dietro le quinte l’intelligenza artificiale lavora già da anni, ringiovanisce gli attori, clona le voci, riempie le folle, e i posti di lavoro che minaccia non sono un’invenzione. Esistono già influencer finti con milioni di follower veri, e un pubblico cresciuto a pane e avatar potrebbe un giorno affezionarsi a una stella sintetica come i giapponesi riempiono i palazzetti per una cantante olografica. “L’intelligenza artificiale non sa fare una star” forse vuol dire soltanto “non ancora”.
Ma per adesso il bilancio è questo: hanno costruito una donna che non può invecchiare, non può fallire e non può morire, e poi hanno passato un anno a insegnarle a sembrare capace di tutte e tre le cose. Hanno dovuto darle un finto carattere, un finto scandalo, un finto agente da cui farsi rifiutare. Il giorno in cui Tilly Norwood riuscirà a essere famosa senza bisogno di uno scandalo a settimana, allora sì che ci sarà da preoccuparsi. Per ora è soltanto la prova più costosa mai vista che una faccia non è una star.